La Palestina va alle elezioni? In ogni caso non dobbiamo credere nel "Babbo Natale Hamas!"

Alfonso Navarra <alfiononuke@gmail.com>
NUOVO AGGIORNAMENTO ALL' 8 DICEMBRE 2025
1 - Adesione alla nuova Campagna internazionale per la liberazione di Marwan Barghouti*
* è interessante ricordare che fino a quasi tutto novembre nei documenti del movimento Pro Pal italiano il nome di Barghouti nemmeno circolava; o sicuramente circolava pochissimo, senza la centralità che ha attualmente assunto. Di qui il punto 3...
2- considerazioni sui rapporti di forza modificati dal 7 ottobre di Hamas
3- evoluzione della centralità strategica di Marwan Barghouti all'interno del movimento PRO PAL
https://comunicazione-nonviolenta.webnode.it/l/treguagazalava/
Si ricorda l'incontro Zoom programmato per l'8 dicembre dalle ore 18:15 alle ore 20:15 sul tema della nonviolenza da innovare facendo perno sulle obiezioni di coscienza quali principale strumento di base per spegnere le micce locali che rischiano di innescare la deflagrazione globale.
https://us06web.zoom.us/j/81892972669?pwd=WBCJ9Kxba7mSuYa69XPoJguFAoafvI.1
Aderisci all'appello per l'iniziativa "LIBERARE BARGHOUTI, PARTNER DI PACE COME MANDELA". Una ambasciata di pace con due uffici: Tel Aviv e Ramallah.
https://www.petizioni24.com/barghouti_libero
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1 - Adesione alla nuova Campagna internazionale per la liberazione di Marwan Barghouti
Oggetto: adesione alla campagna internazionale per la liberazione di Barghouti
7 dicembre 2025
alla. c.a. di gruppo promotore - freemarwanitalia@proton.me
Sosteniamo la campagna che chiede l'immediata liberazione di Marwan Barghouti e degli altri prigionieri politici palestinesi. Barghouti non è solo un prigioniero politico, ma una figura che, per il suo sostegno alla coesistenza e la sua profonda legittimità tra i Palestinesi, è indispensabile per la riattivazione di un credibile processo di pace, ben oltre le tregue ambigue, precarie e limitate (meglio comunque che niente per le popolazioni massacrate). La sua presenza è cruciale per elevare un autentico partner di pace palestinese, un passo fondamentale in vista delle elezioni israeliane del novembre 2026. La liberazione di leader politici legittimi è l'unico modo per costruire una leadership palestinese in grado di negoziare una soluzione a due Stati e garantire la sicurezza e la stabilità a lungo termine sia per il popolo israeliano che per quello palestinese.Sosteniamo la richiesta alle istituzioni italiane, europee e internazionali - e in primo luogo al governo italiano - di attivarsi per:
- pretendere l'immediata liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri e le prigioniere politiche palestinesi;
- sostenere il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani in Palestina;
- rompere ogni complicità con l'apartheid israeliana, a partire dalla sospensione degli accordi di cooperazione militare con Israele finché continueranno occupazione e violazioni sistematiche dei diritti del popolo palestinese.
Un nostro possibile contributo specifico a questa campagna di pace è la promozione dell'apertura, appena le condizioni lo permetteranno, di un'Ambasciata di Pace in Palestina, con uffici a Tel Aviv e Ramallah, come strumento di dialogo permanente e coesistenza.
Alfonso Navarra - coordinatore per conto dei Disarmisti esigenti (www.disarmistiesigenti.org) - cell. 340-0736871 - email coordinamentodisarmisti@gmail.com
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2- Considerazioni sui rapporti di forza modificati in modo peggiorativo dal 7 ottobre di Hamas
La nostra valutazione è che, nell'immediato, l'attacco del 7 ottobre ha innegabilmente portato a una situazione catastrofica per il popolo palestinese, indebolendo militarmente le sue forze e rafforzando la mano del governo israeliano nel condurre operazioni militari su larga scala.
Tuttavia, a livello strategico e internazionale, gli eventi hanno distrutto lo status quo. Hanno reso insostenibile la politica israeliana di "gestione del conflitto" e hanno riposizionato la necessità di una soluzione politica (fine dell'occupazione e Stato Palestinese) come un'urgenza globale, un risultato che la diplomazia palestinese aveva faticato a ottenere per anni.
Il bilancio finale dipenderà interamente dalla capacità della futura leadership palestinese (possibilmente includente leader come Barghouti) di capitalizzare questa nuova attenzione globale e di convertirla in una rinnovata pressione politica per la fine dell'occupazione.
La situazione creata dal 7 ottobre potrà cioè avere sbocchi positivi solo se, paradossalmente, nella "resistenza palestinese" avrà l'egemonia chi il pogrom non l'ha né concepito né effettuato e avrà da esso preso le distanze...
Vediamo più in dettaglio il ragionamento che abbiamo appena sinteticamente esposto.
Prospettiva 1, relativa agli obiettivi tattici-militari a breve termine : l'Indebolimento della Resistenza Palestinese (effetto opposto alle intenzioni di Hamas e al regime iraniano che la controlla e manipola)
Questa è l'interpretazione prevalente a breve termine, focalizzata sulle conseguenze immediate del pogrom del 7 ottobre:
L'operazione militare israeliana ha causato una devastazione senza precedenti a Gaza, smantellando in modo significativo le capacità militari e infrastrutturali di Hamas e di altri gruppi armati. Il costo umano, con decine di migliaia di vittime civili, ha indebolito la capacità della popolazione palestinese di sostenere la resistenza attiva.
L'attacco ha accentuato la frattura politica tra Hamas (a Gaza) e l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) in Cisgiordania. L'attuale crisi ha reso più difficile, anziché più facile, presentare un fronte politico palestinese unito alla comunità internazionale.
Sebbene la causa palestinese abbia ricevuto un sostegno senza precedenti a livello di opinione pubblica globale, l'attacco del 7 ottobre ha danneggiato la percezione di legittimità della "resistenza armata" agli occhi di molti governi occidentali, dando a Israele un pretesto per condurre un'operazione su vasta scala, presentata come autodifesa.
La risposta al 7 ottobre ha temporaneamente rafforzato le posizioni più estreme all'interno del governo israeliano, rendendo ancora più difficile la discussione su una soluzione a due Stati o sulla revoca dell'occupazione, che sarebbe l'obiettivo ultimo della resistenza.
Prospettiva 2: (auspicabile): il cambiamento positivo nei rapporti di forza politico-strategici (a lungo termine)
Questa interpretazione si concentra sugli effetti strategici e sulla rinegoziazione della questione palestinese a livello internazionale. La condizione perché si attui è che Hamas sia disarmata, ridimensionata, inglobata solo come partito politico (e non come fazione armata) in un fronte unitario della resistenza palestinese, possibilmente e auspicabilmente guidato da Marwan Barghouti.
L'azione ha infranto l'illusione israeliana che il conflitto potesse essere gestito indefinitamente attraverso l'occupazione e il blocco di Gaza. Ha costretto la comunità internazionale a rimettere la questione palestinese in cima all'agenda, evidenziando che una pace duratura non è possibile senza affrontare la questione dell'occupazione. Una leadership Barghouti, e comunque unitaria non Hamas, può gestire la rinegoziazione dello status quo.
La violenza della risposta israeliana ha generato un'ondata di proteste globali e ha messo sotto pressione i governi (in particolare negli Stati Uniti e in Europa) per limitare il supporto militare a Israele e spingere per la creazione di uno Stato Palestinese. Questo aumento della pressione diplomatica (anche attraverso organismi come la Corte Internazionale di Giustizia) rappresenta un potenziale cambiamento strategico a favore dell'obiettivo palestinese di porre fine all'occupazione. Barghouti, come Mandela, potrebbe dare un riferimento continuativamente e solidamente accettabile per le opinioni pubbliche che si mobilitano.
L'attacco ha bloccato il processo di normalizzazione tra Israele e diversi Paesi arabi (come l'Arabia Saudita), subordinando la ripresa di tali accordi alla risoluzione della questione palestinese. Questo riporta il "peso" regionale del conflitto sulla questione centrale dell'occupazione. Un leader come Barghouti, o una analoga figura non Hamas, potrebbe sedere bene accolto al tavolo della Lega Araba.
Preferiremmo che i politici arabi e palestinesi, oltre ovviamente a quelli israeliani, posizionino la pace come l'obiettivo fondamentale e urgente, disponibili a compiere difficili compromessi per porre fine alla violenza.
Una posizione interessante, più vicina al concetto di pace come obiettivo primario e come azione, è quella dell'attivista yemenita Tawakkul Karman* (Premio Nobel per la Pace):
"La pace non è solo assenza di guerra, è la presenza di giustizia e legalità, e soprattutto è la libertà. La pace è un atto, non una condizione."
Questa citazione, in particolare, equilibra il desiderio di pace con la necessità di azione (l'atto) e include la giustizia, ma la inquadra all'interno del concetto di pace stessa. Su questa impostazione lavoriamoci su...
* Nota: Tawakkul Karman è una politica e attivista yemenita; è leader del movimento Giornaliste senza catene e milita nel partito Al-Islah, Congregazione Yemenita per la Riforma. Nel 2011 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace in ragione della sua battaglia nonviolenta per la sicurezza delle donne.
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3- evoluzione della centralità strategica di Marwan Barghouti all'interno del movimento PRO PAL
È un'osservazione fondamentale per inquadrare la strategia del movimento: la centralità di Marwan Barghouti non è emersa immediatamente a seguito del 7 ottobre 2023, ma è stata il frutto di un lento ma inesorabile spostamento strategico, che si è catalizzato solo a fine 2025.
Questo spostamento di focus è il risultato di un cambio di prospettiva che si articola in fasi chiare:
Fase 1: Ottobre 2023 – Settembre 2025 (Focus umanitario e militare)
In questo lungo periodo post-7 ottobre, la documentazione e i comunicati delle reti di solidarietà italiane e internazionali sono rimasti dominati dalle richieste di tipo umanitario, militare e di diritto internazionale:
Cessate il fuoco immediato e permanente: la richiesta prioritaria in assoluto.
Corridoi umanitari e accesso a Gaza: l'attenzione era rivolta alla catastrofe sanitaria.
Denuncia di crimini di guerra/genocidio: Il focus era sulla condotta militare israeliana.
Liberazione generica di tutti i prigionieri politici: Marwan Barghouti era incluso nella categoria generica dei "migliaia di prigionieri palestinesi e prigioniere detenuti," senza assumere una rilevanza individuale strategica.
L'obiettivo principale in questa fase non era la ricerca di un partner politico per il "Day After", ma la cessazione immediata delle ostilità e la protezione della popolazione civile. Il nome di Barghouti non circolava, o circolava minimamente, con la centralità che avrebbe assunto successivamente.
Fase 2: Settembre 2025 – Novembre 2025 (La catalizzazione "nonviolenta" e l'emergenza Politica)
Questa fase è determinata dall'impatto dell'iniziativa di resistenza civile nonviolenta: la Sumud Flottilla nel Settembre 2025.
La Flottiglia, con la sua impresa, genera un'attenzione mediatica internazionale senza precedenti, spostando la pressione dai campi di battaglia ai tavoli della diplomazia e dell'opinione pubblica globale. Questo guadagno strategico richiede una traduzione politica immediata. Diventa evidente l'assoluta necessità di trovare un leader palestinese legittimo, popolare e non armato in grado di capitalizzare il successo nonviolento e offrire una piattaforma credibile per la soluzione a due Stati.
Solo ora, nel Novembre 2025, il nome di Barghouti inizia a circolare con forza e centralità nei documenti e nelle discussioni dei movimenti Pro-Palestina, riconosciuto come l'unica figura in grado di unire le fazioni (il "Fattore Mandela") e dotata di credibilità internazionale.
Fase 3: Dicembre 2025 (Lancio della Campagna e auspicio di una Fase 4 nel 2026)
La campagna internazionale per la liberazione di Marwan Barghouti viene lanciata nel Dicembre 2025.
Questa campagna non è lanciata strategicamente in funzione delle elezioni israeliane previste per il Novembre 2026. Solo per i Disarmisti esigenti la liberazione di Barghouti non è solo una richiesta umanitaria, ma una precondizione politica affinché il popolo israeliano abbia di fronte, alle urne del 2026, un autentico e legittimo partner di pace palestinese con cui negoziare e costruire un futuro di sicurezza e stabilità a lungo termine.
In conclusione, la centralità di Barghouti non è stata un'iniziativa iniziale, ma è emersa come risposta strategica del movimento di pace alla crisi politica di leadership, catalizzata da un'azione "nonviolenta" dirompente (la Flottiglia). La finalizzazione all'orizzonte elettorale del 2026, per il tramite dello strumento dell'Ambasciata di pace in Palestina, finora concepita dai soli Disarmisti esigenti, dovrebbe aprire una ausicabile "fase 4 nel 2026"...
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ARTICOLO AGGIORNATO IL 31 OTTOBRE 2025
https://comunicazione-nonviolenta.webnode.it/l/treguagazalava/
Si ricorda l'incontro Zoom programmato per il 4 novembre alle ore 18:00 sui temi del riarmo europeo e delle spese militari da contrastare facendo perno sulle obiezioni di coscienza.
https://us06web.zoom.us/j/83944051716?pwd=Xxv7AsbaFJFa2bwtsbsiiHpmtz4YRY.1
Aderisci all'appello per l'iniziativa "LIBERARE BARGHOUTI, PARTNER DI PACE COME MANDELA". Una ambasciata di pace con due uffici: Tel Aviv e Ramallah.
https://www.petizioni24.com/barghouti_libero
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Il 28 ottobre abbiamo visto nuovi "raid massicci" sulla Striscia ordinati da Netanyahu: il premier israeliano aveva accusato Hamas di violazione delle intese dopo che i miliziani islamisti avrebbero consegnato i resti di un ostaggio il cui corpo era già stato recuperato in precedenza.
Gli USA si sforzano di minimizzare tutta la faccenda e, infatti, un dispaccio ANSA della mattina del 29 ottobre riferisce che il cessate il fuoco sarebbe rientrato in vigore.
Secondo quanto riferisce l'Agenzia stampa, "la protezione civile e gli ospedali di Gaza gestiti da Hamas affermano che i raid israeliani, avvenuti durante la notte e questa mattina prima del ripristino del cessate il fuoco, hanno ucciso più di 100 persone in tutta la Striscia, tra cui diversi bambini. Fonti mediche nella Striscia di Gaza affermano che gli attacchi hanno preso di mira, tra le altre località, il campo profughi di Bureij nel centro di Gaza, il quartiere Sabra di Gaza City e Khan Yunis. Israele ha vietato al Comitato Internazionale della Croce Rossa di visitare i prigionieri palestinesi detenuti in base a una legge che prende di mira i 'combattenti illegali': lo ha dichiarato il ministro della Difesa Israel Katz".
Il vicepresidente USA JD Vance, appunto, minimizza e si dice fiducioso che "la pace resisterà, nonostante le scaramucce".
L'ottimismo, per quanto cauto come quello espresso da Vance, successivamente confermato con tono più deciso dallo stesso presidente Trump, si fonda principalmente sulla persistenza dell'interesse strategico di tutti gli attori chiave, nella Regione e fuori Regione, a mantenere aperto un canale di mediazione e a evitare un collasso totale degli accordi di tregua.
Ecco i principali motivi per i quali si potrebbe condividere un cauto ottimismo sulla tenuta del cessate il fuoco e della pace.
INTERESSI GEOPOLITICI ED ECONOMICI DEGLI USA
Il primo motivo è legato alle dinamiche della pressione internazionale e degli interessi geopolitici; ed anche affaristici. La tregua e i negoziati sugli ostaggi sono il risultato di intensi sforzi diplomatici guidati da Stati Uniti, Egitto e Qatar. Per queste potenze, il successo della tregua è una priorità geopolitica e diplomatica. Gli Stati Uniti, in particolare, esercitano la massima pressione su Israele per contenere la portata e la durata delle operazioni. Il fatto che gli USA "minimizzino" le scaramucce indica una chiara volontà politica di non permettere che gli incidenti facciano deragliare il processo. Per Vance, l'obiettivo non è la pace perfetta, ma la stabilità minima necessaria per continuare i negoziati. La tregua, anche se violata, è l'unico canale che consente l'ingresso essenziale di aiuti umanitari e carburante a Gaza, una condizione che la comunità internazionale (e gli stessi mediatori) ritiene irrinunciabile per prevenire una catastrofe ancora maggiore. Finché questo flusso è la priorità, la tregua avrà una funzione pragmatica.
Il ruolo degli Accordi di Abramo e il potenziale coinvolgimento della cerchia di Donald Trump si intersecano con gli attori regionali (come Egitto e Qatar) menzionati, aggiungendo uno strato di motivazioni economiche e affaristiche dal peso probabilmente decisivo.
Prospettive affaristiche legate agli "Accordi di Abramo"
Gli Accordi di Abramo del 2020 (che normalizzarono le relazioni tra Israele e diversi Stati arabi, come gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain e successivamente il Marocco e il Sudan) rappresentano una visione geopolitica ed economica che è stata uno dei pilastri della politica estera dell'Amministrazione Trump e dei suoi alleati.
Il concetto fondamentale dietro tali Accordi è che la normalizzazione delle relazioni tra Israele e gli Stati arabi moderati apre la porta a flussi di investimenti, commercio e cooperazione in settori vitali come la tecnologia, l'energia, il turismo e l'agricoltura. Una pace duratura nel Golfo e una stabilità minimale in Medio Oriente sono essenziali per la realizzazione di megaprogetti infrastrutturali che colleghino l'Asia all'Europa, spesso attraverso gli Stati arabi e potenzialmente Israele. Esempi includono corridoi ferroviari, gasdotti e interconnessioni energetiche La normalizzazione ha già sbloccato miliardi di dollari in investimenti incrociati tra Emirati/Bahrain e Israele.
La cerchia di Donald Trump, inclusi gli attuali sostenitori come il Vicepresidente J.D. Vance, ha un interesse particolare nel preservare questo processo, che va oltre la semplice politica estera. Per Trump e i suoi alleati, gli Accordi di Abramo sono considerati un grande successo di politica estera. Mantenere la stabilità e spingere per l'ulteriore espansione degli Accordi (inclusa l'ambita Arabia Saudita) è fondamentale per rivendicare l'efficacia della loro diplomazia in vista di una possibile futura elezione.
Molti membri e alleati dell'Amministrazione Trump, dopo aver lasciato le cariche politiche, hanno forti legami e interessi commerciali con i Paesi del Golfo coinvolti negli Accordi (Emirati, Qatar, Arabia Saudita). La stabilità regionale è un prerequisito essenziale per i loro affari (consulenza, investimenti immobiliari e finanziari, accordi energetici). Un collasso totale della tregua e un'escalation incontrollata metterebbero a repentaglio tutti i futuri profitti legati alla normalizzazione e al boom economico previsto. Questa prospettiva affaristica sposa la filosofia secondo cui l'interesse economico e commerciale deve prevalere sulla logica del conflitto. L'ottimismo cauto di Vance riflette questa convinzione: la posta in gioco finanziaria e l'agenda di normalizzazione sono talmente alte che gli attori chiave hanno un incentivo irresistibile a far "resistere" la pace, anche di fronte a incidenti sanguinosi.
In soldoni (di nome e di fatto), la cerchia di Trump vede negli Accordi di Abramo non solo un risultato politico, ma la chiave per sbloccare un mercato regionale massiccio. La persistenza dell'ottimismo sulla tregua (già chiamata "pace", ma questa è una esagerazione retorica e propagandistica) si alimenta della speranza che questa prospettiva di enormi affari sia più forte delle dinamiche del conflitto, spingendo gli attori regionali a mantenere il canale di mediazione aperto.
INTERESSI STRATEGICI DI ISRAELE E DEL GOVERNO NETANYAHU
Il secondo motivo è legato allo stesso interesse strategico di Israele. Nonostante le presunte violazioni di Hamas, l'obiettivo primario di Israele, come Stato e come comunità, rimane il recupero, anche parziale, dei restanti corpi degli ostaggi deceduti. Finché c'è la possibilità di ottenerli tramite scambi, la via diplomatica non verrà chiusa del tutto. Ogni volta che una tregua fallisce, la possibilità di recuperare questi corpi degli ostaggi diminuisce drasticamente. Questa priorità della questione ostaggi è derivata dall'orientamento dell'opinione pubblica israeliana che esercita su questo punto una enorme pressione sul governo Netanyahu. Il governo di estremo centro-destra è sotto pressione interna per la gestione della guerra e, appunto, della crisi degli ostaggi. Le elezioni del novembre 2026 non sono poi così lontane. Un'escalation totale senza corpi degli ostaggi recuperati minerebbe ulteriormente la già traballante legittimità politica di Netanyahu. Un cessate il fuoco, anche temporaneo, può offrire un margine di manovra politico e diluire la pressione.
NUOVE ELEZIONI IN PALESTINA, COME IN ISRAELE, ENTRO IL 2026?
Una notizia importante è quella che ci sarebbero nuove elezioni in Palestina entro un anno e sarebbe stato deciso così in Egitto in una riunione tra le fazioni presente e consenziente Hamas.
Lo riferisce Matteo Giusti sul quotidiano La VERITA' del 28 ottobre 2025. ( Si vada su: https://www.laverita.info/palestina-elezioni-2674238847.html )
Ecco delle info che ricaviamo dall'articolo:
"(Le principali fazioni palestinesi) si sono riunite al Cairo, dove sotto la regia del governo egiziano, hanno trovato un accordo per un nuovo governo palestinese. (...) Hamas, che ha partecipato a questo meeting, non potrà prendere parte a nessun governo così come i suoi stretti alleati della Jihad islamica (...) E' stata decisa una strategia unitaria per rilanciare l'OLP , unico e legittimo rappresentante del popolo palestinese (...) Entro un anno dovrebbero tenersi elezioni sia parlamentari che presidenziali. I palestinesi hanno bisogno di unità: è necessario creare un unico governo, un unico esercito e soprattutto deve essere chiaro chi ha il monopolio della forza: basta con le fazioni armate (...) Il presidente Abu Mazen ha emesso un decreto che permette la candidatura a chiunque abbia un chiaro programma politico che eviti ogni forma di violenza e di divisione (...) Tutte le fazioni hanno firmato una dichiarazione in cinque punti. Il primo punto prevede di continuare a sostenere il cessate il fuoco e l'apertura di tutti i valichi di Gaza. Il secondo, la creazione di un governo tecnocratico della Striscia, il terzo l'istituzione di un comitato internazionale per il finanziamento e la ricostruzione, il quarto e il quinto impegnano tutti a mantenere la responsabilità e a dare un governo duraturo alla Palestina".
SIAMO ADULTI E VACCINATI, NON CREDIAMO NEL "BABBO NATALE HAMAS"!
Una intervista al premier del Qatar Al Thani, apparsa sul Corriere della Sera del 30 ottobre 2025, a firma di Federico Rampini, dal titolo: "HAMAS NON HA SCUSE, ISRAELE LIBERI BARGHOUTI", sottolinea, nel sottotitolo, che "il disarmo di Hamas sarà complicato".
L'attacco di Rampini è il seguente: "La violazione della tregua a Gaza c'è stata, da parte palestinese: lo conferma un arbitro riconosciuto, il «mediatore-capo» fra Israele e Hamas: il primo ministro del Qatar, sceicco Mohammed bin Abdulrah man al Thani. L'esponente di punta della coalizione araba che appoggia il piano Trump definisce la violazione da parte di Hamas «molto deludente e frustrante per noi». Il premier considera «complicato» il disarmo di Hamas ma ribadisce che negli accordi sottoscritti quella milizia accetta di essere esclusa dal governo di Gaza. Riconosce il ruolo guida dell'Arabia Saudita nel processo di riforma dell'Autorità palestinese, passaggio essenziale: tutto il mondo arabo punta alla soluzione dei due Stati. Pensando alla futura governance di Gaza, Al Thani si chiede perché Israele non libera Marwan Barghouti, politico in prigione dal 2002, considerato «il Mandela palestinese», una figura molto rispettata dal suo popolo: «Forse perché è un simbolo?».
Rampini interroga Al Thani sulla "riluttanza" di Hamas a disarmare e ottiene una risposta che non minimizza gli ostacoli.
«Sarà un processo complicato, quello del disarmo e della smobilitazione, ma fa parte dell'accordo», dice Al Thani, riferendosi al piano Trump in 20 punti. In realtà, l'accordo firmato da Israele e Hamas in Egitto il 9 ottobre si concentra solo sulla prima parte di quel piano, relativa al cessate il fuoco iniziale, al ritiro delle truppe israeliane, allo scambio di ostaggi e prigionieri e agli aiuti umanitari. Ciononostante, il leader del Qatar afferma che i mediatori stanno spingendo Hamas e tutte le fazioni palestinesi di Gaza «a raggiungere un punto in cui riconoscano la necessità di disarmarsi». L'obiettivo del disarmo è garantire che sia i palestinesi sia gli israeliani si sentano al sicuro,e il modo per riuscirci è «creare un orizzonte politico per il popolo palestinese».
Quello che desta stupore è la presenza dentro il "movimento pro pal" di infondate informazioni su una unità palestinese della resistenza - in realtà tutta da costruire - che sarebbe stata già compiuta e garantita da tempo dalla guida di Hamas (si esercita a malapena solo su alcune fazioni dentro Gaza!); e di un giudizio altrettanto ingenuo sulla indipendenza di questa organizzazione terroristica dai suoi padroni in comproprietà sia iraniani sia qatarini. I nostri filo-Hamas sono attivisti persino di matrice anarco-libertaria che però credono in un "Babbo Natale fondamentalista": la "resistenza" in mano ai guerrieri con la bandana verde li condannerebbe a morte se i frequentatori dei centri sociali italiani vivessero nel territorio che Hamas controlla in stile mafioso, come è successo al povero Vittorio Arrigoni.
Lo scetticismo riguardo all'indipendenza di Hamas si basa su prove concrete di sostegno finanziario, militare e politico fornito da attori statali regionali, in particolare l'Iran e, in modo più complesso e legittimato, il Qatar.
Il giudizio che vede Hamas come una forza di "resistenza" totalmente autonoma e unitaria è, a mio parere, del tutto ingenuo e ignora le sue profonde dipendenze geopolitiche e le sue divisioni interne.
La relazione tra Hamas e l'Iran è il pilastro della sua dipendenza strategica, militare e ideologica. L'Iran è considerato non a torto il principale sponsor militare di Hamas. Teheran fornisce a Hamas: Addestramento: fornisce know-how militare e logistico ai miliziani. Tecnologia Missilistica: trasferisce tecnologia e componenti per la produzione di razzi e missili a corto e medio raggio, molti dei quali vengono poi assemblati a Gaza. Finanziamenti: l'Iran fornisce decine di milioni di dollari all'anno, essenziali per il mantenimento dell'ala militare.
L'Iran integra Hamas nel suo "Asse della Resistenza" (che include Hezbollah in Libano e gli Houthi nello Yemen). Questo asse ha l'obiettivo strategico di sfidare la presenza occidentale in Medio Oriente e di contrastare la normalizzazione tra Stati arabi moderati e Israele. Hamas funge da proxy nella regione, permettendo all'Iran di esercitare pressione su Israele senza un coinvolgimento diretto. L'equipaggiamento, le capacità e il timing di alcune operazioni di Hamas sono spesso influenzati o coordinati con Teheran, compromettendo la sua piena autonomia decisionale.
La relazione con il Qatar è diversa da quella con l'Iran; è più istituzionale e ambigua, ma ugualmente cruciale per la sopravvivenza di Hamas. Il Qatar ha a lungo fornito centinaia di milioni di dollari (fino a 30 milioni di dollari al mese) a Gaza, spesso con l'approvazione o la tacitazione di Israele, per sostenere il governo, gli stipendi e i bisogni umanitari. Questo flusso di denaro è vitale per la sua capacità di governare Gaza (seppur in modo contestato e violento, come dimostrato dalle testimonianze di molte persone comuni) e mantenere il consenso. Il Qatar ospita i leader politici in esilio di Hamas e ha utilizzato la sua capitale, Doha, come centro cruciale per la mediazione tra Israele e Hamas, soprattutto per gli accordi sugli ostaggi. Questo ruolo conferisce a Hamas una legittimità politica internazionale e un canale diplomatico che non avrebbe altrimenti. Questo ruolo di mediatore accresce il peso geopolitico del Qatar a livello globale, rendendolo un attore indispensabile.
La convinzione di una "unità palestinese garantita da Hamas" e della sua "indipendenza" è smentita, per un verso, dalla frammentazione interna, per la quale Hamas governa solo Gaza ed è in profonda rottura con l'Autorità Palestinese/Fatah in Cisgiordania. L'unità della "resistenza" è un mito retorico e non una realtà politica o militare. Per un altro verso, bisogna considerare la dipendenza geopolitica: Hamas non è una forza popolare totalmente auto-sostenuta. La sua capacità di armarsi e di governare dipende da ingenti flussi di denaro e tecnologia da Stati Terzi (Iran e Qatar).
In conclusione, l'influenza esercitata da questi Paesi e la necessità di Hamas di assicurarsi fondi e un rifugio politico compromettono in modo decisivo la sua rivendicata "indipendenza" dagli "imperialisti dell'Occidente", rendendola una pedina di potenze regionali con agende proprie.
COME DIALOGARE CON INTERLOCUTORI NON RECETTIVI AI DATI DI FATTO
Hamas è più un proxy controllato che un resistente indipendente. Ma vallo a spiegare a quelli che se gli squaderni i dati di fatto ti rispondono:
"Siamo stufi degli arroganti e presuntuosi che manifestano il tipico atteggiamento imperialista e colonialista occidentale. Dovete ammettere una buona volta che la resistenza palestinese è una entità genuina, non dovete essere voi a giudicare come deve essere fatta; e che con i suoi sacrosanti obiettivi di libertà e indipendenza, perseguiti nell'interesse di un popolo coraggioso e indomito, sono elaborati e praticati in perfetta autonomia".
La difficoltà a dialogare con gli attivisti che scambiano i desideri con la realtà, in sostanza, non risiede nella mancanza di dati, ma nel confronto con un atteggiamento di chiusura ideologica che rigetta la logica e i fatti in nome di una purezza morale predefinita.
Quando si incontra una resistenza così ferma e basata sull'accusa di "imperialismo e colonialismo occidentale", è necessario cambiare l'approccio alla discussione, spostandola dal piano dei "dati di fatto" a quello dei principi etici e della coerenza ideale e politica.
Provo a dare dei suggerimenti su come argomentare in risposta a un'accusa di "arroganza imperialista" per spiegare perché l'autonomia di Hamas è un mito.
L'argomentazione deve mirare a mettere in luce le contraddizioni interne della posizione dell'interlocutore (chiamiamolo per comodità "leoncavallino"), usando i suoi stessi termini ("libertà", "indipendenza", "popolo coraggioso").
L'interlocutore sostiene che la resistenza di Hamas è una "entità genuina" che persegue "sacrosanti obiettivi di libertà e indipendenza" in "perfetta autonomia". La risposta deve contestare questa autonomia e i metodi con le seguenti domande:
1) Rifiuto dell'Autonomia Economica: "Se un movimento si dichiara antimperialista e per l'indipendenza, ma il suo bilancio operativo, la tecnologia missilistica e la sopravvivenza del suo governo dipendono da potenze straniere come l'Iran (che ha la sua agenda geopolitica) e il Qatar, possiamo davvero parlare di perfetta autonomia? Punto chiave: sostenere che Hamas è "genuina" pur dipendendo dall'Iran non è "autonomia", è sostituzione di un padrone con un altro.
2) Rifiuto della libertà interna: "Se il vostro obiettivo è la libertà del popolo palestinese, come si giustifica la violenza e la repressione di Hamas contro il proprio popolo? Il Dott. Momen, un civile di Gaza, è costretto a fuggire dalle esecuzioni sommarie di Hamas perché ha osato criticarli. Un movimento che terrorizza i propri cittadini per restare al potere è un movimento di liberazione o un regime repressivo? Punto chiave: un vero "movimento di libertà" non usa il terrore contro i "cittadini coraggiosi e indomiti" che desidera liberare. Questo è il tipico atteggiamento dei regimi totalitari, non dei liberatori.
Il secondo tema riguarda lo smascheramento dell'anticolonialismo ideologico. L'accusa di "colonialismo occidentale" può essere capovolta per esporre una forma di "colonialismo ideologico" esercitato sul concetto di resistenza.
Cominciamo con la riconoscenza negata: "la soluzione 'due popoli, due Stati' è sostenuta da figure palestinesi con spessore umano e politico, come Marwan Barghouti. Se un palestinese come Barghouti, rispettato dal suo popolo, è in prigione da decenni, ma promuove la coesistenza, perché il 'movimento Pro Pal' lo ignora a favore di chi vuole la cancellazione totale?Punto chiave: la vera arroganza e presunzione non sta nel chiedere l'autonomia finanziaria, ma nell'affermare di sapere cosa sia meglio per i palestinesi, zittendo i palestinesi dialoganti (come Barghouti o Momen) che propongono un percorso politico e non solo militare.
Proseguiamo con la responsabilità etica: "la lotta contro l'oppressione è sacrosanta, ma un movimento che commette crimini di guerra e crimini contro l'umanità (come il pogrom del 7 ottobre, che non ha fatto distinzione tra civili e militari) perde la sua legittimità morale, indipendentemente dalla giustezza della sua causa iniziale. Volete che la resistenza palestinese sia definita dalla violenza cieca di Hamas o dalla lotta per la dignità e il diritto internazionale?Punto chiave: non si può essere contro l'imperialismo e allo stesso tempo giustificare atti che violano i principi etici universali che qualsiasi movimento di liberazione dovrebbe abbracciare.
L'argomentazione finale deve reintrodurre la strategia costruttiva come prova della vera solidarietà, in contrasto con la retorica distruttiva:
"Se non vogliamo essere imperialisti e presuntuosi, nel decidere noi che solo la lotta armata terroristica va riconosciuta, dobbiamo sostenere attivamente i palestinesi che vogliono la libertà da Hamas e gli israeliani che vogliono la libertà da Netanyahu. Questo è un progetto politico di dialogo e coesistenza, non di cancellazione. Qualsiasi altra posizione che ignori le vittime civili di Hamas e la necessità di Barghouti come leader credibile, non è solidarietà, è solo adesione cieca a una ideologia straniera."