Comprendere e superare il caos del mondo - a partire da un dossier di LMD
Comprendere e superare il caos del mondo
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LE MONDE DIPLOMATIQUE del febbraio 2026 è dedicato a un dossier intitolato: "COMPRENDERE IL CAOS DEL MONDO".Akram Belkaid lo introduce trattando il "rischio di scoppio di guerra su vasta scala".Non è solo un'analisi geopolitica, ma un vero e proprio grido d'allarme su una stabilità internazionale che, già precaria a suo tempo, appare ormai compromessa. Ecco il titolo del suo pezzo: "2026 l'anno della grande guerra?"Belkaid osserva come gli avvertimenti su un conflitto su vasta scala non provengano più solo da attivisti o teorici del collasso, ma da figure istituzionali: alti ufficiali, diplomatici di carriera e analisti che basano le loro previsioni sul caos accumulato nel 2025. Il 2026 viene identificato come il punto di rottura potenziale, dove le "guerre per procura" potrebbero trasformarsi in scontri diretti tra grandi potenze.
Secondo l'analisi del dossier, il rischio di una "grande guerra" è alimentato da tre fattori concomitanti:
L'erosione della diplomazia: la fine dell'empatia nelle relazioni internazionali e il fallimento delle organizzazioni sovranazionali (come l'ONU) nel prevenire i conflitti in corso.
La nuova dottrina imperiale USA: sotto l'amministrazione Trump (tornata al potere nel 2025), gli Stati Uniti hanno abbandonato definitivamente la pretesa di "esportare la democrazia" a favore di un realismo brutale che costringe gli alleati e i nemici a sottomettersi a regole puramente transazionali.
L'irrigidimento regionale: dalla crisi di leadership nel Maghreb all'incertezza del Giappone di fronte all'ascesa della Cina, le potenze medie stanno riarmando in modo massiccio, temendo di essere abbandonate dai propri protettori storici.
I fronti caldi citati nel dossier presentano una gerarchia di pericolo inversa rispetta a quella denunciata dalle manifestazioni "pacifiste"
Il numero di febbraio delinea una mappa dei conflitti che potrebbero convergere in un unico incendio globale. Sul podio troviamo l'Ucraina: l'Europa si troverebbe in una "trappola strategica", impossibilitata a continuare la guerra senza il supporto USA ma incapace di imporre una pace autonoma. Al numero due, diciamo medaglia d'argento, Taiwan e Giappone: il rischio di un errore di calcolo nel Mar Cinese Meridionale è ai massimi storici. Infine il bronzo va alla crisi iraniana e mediorientale: il regime degli ayatollah, stretto tra rivolte interne e isolamento internazionale, viene visto come un attore che non ha più "niente da perdere".
La tesi di Belkaid è che non siamo più di fronte a crisi isolate, ma a un sistema internazionale che ha perso i suoi meccanismi di raffreddamento. Il titolo interrogativo suggerisce che, sebbene il peggio non sia inevitabile, la finestra per evitarlo si sta chiudendo rapidamente.
L'articolo del dossier, focalizzato sul "vicolo cieco dell'Europa", a firma di Helene Richard, termina con una buona notizia, nel quadro complessivo a tinte fosche.
"La guerra in Ucraina affonda in parte le sue radici nell'espansione della NATO verso Est. Tuttavia la crisi che l'Alleanza atlantica sta attraversando potrebbe risolvere almeno in parte il problema. Se gli europei decidessero di prendere atto del suo declino e aprissero una discussione reale su una nuova architettura della sicurezza europea, cosa offrirebbe Mosca in cambio? Nessun dirigente (europeo - ndr) ha ancora posto questa domanda".
Un minimo di realismo politico è l'elemento che però sembra mancare non solo nelle cancellerie, ma anche nel dibattito pubblico e nei movimenti di opposizione.
La domanda di Richard — "Cosa offrirebbe Mosca in cambio?" — presuppone che l'Europa agisca come un soggetto politico autonomo. Il fatto che nessun dirigente europeo l'abbia posta indica che l'Europa si percepisce ancora come un "protettorato" o, nel migliore dei casi, come un comprimario logistico. Finché la sicurezza europea è appaltata alla NATO (e quindi a Washington), l'interlocutore del Cremlino resta la Casa Bianca, non Bruxelles o Parigi. O Roma.
Confrontarsi, da parte nostra, con la Richard porta a concludere che, mentre la geopolitica morde la realtà, il dibattito pubblico si sta spostando invece su campi identitari o simbolici. L'istanza Pro-Pal è spesso vissuta come un assoluto morale che, pur fondato, rischia di oscurare la comprensione sistemica della sicurezza continentale. L'attenzione è focalizzata sulla "minaccia interna" o sulla polarizzazione americana, rendendo il pacifismo un riflesso condizionato della politica interna statunitense piuttosto che una proposta di architettura europea.
Il risultato è che si insegue l'urgenza emotiva del momento (il tweet, la piazza reattiva) perdendo di vista la priorità strutturale: come evitare che l'Europa diventi il campo di battaglia di una "grande guerra" tra blocchi nel 2026.
Le "vere priorità" che emergono dal dossier di Le Monde Diplo (LMD)
Si tratterebbe di assumersi responsabilità "adulte" sui seguenti punti:
autonomia strategica dell'Europa: non come slogan, ma come necessità di sopravvivenza di fronte a una NATO in declino o a trazione isolazionista (Trump).
superamento del manicheismo: uscire dalla dicotomia "buoni vs. cattivi" per entrare in quella "interessi vs stabilità".
nuova architettura di sicurezza: accettare che la Russia non scomparirà e che l'espansione a Est è stato il detonatore di un conflitto che l'Europa sta pagando più di chiunque altro. Compromessi diplomatici in senso positivo, una Helsinki 2 che rilanci il ruolo dell'OSCE, risultano necessari.
La denuclearizzazione come motore di autonomia strategica
Per i disarmisti esigenti, l'autonomia europea è impossibile finché il continente è disseminato di testate nucleari tattiche statunitensi (B61) in regime di nuclear sharing (come in Italia ad Aviano e Ghedi). Finché la sicurezza europea dipende dall'ombrello nucleare USA, l'Europa sarà sempre un "vassallo tecnologico". La denuclearizzazione militare è perciò vista come l'unico modo per sottrarre l'Europa alla logica dei blocchi e renderla un interlocutore credibile in una trattativa con il Cremlino.
I disarmisti sostituiscono la dicotomia "buoni/cattivi" con quella "Umanità vs. Estinzione". Nel febbraio 2026, con la scadenza del trattato New START (l'ultimo argine al riarmo atomico tra USA e Russia), il rischio di un errore di calcolo gestito da Intelligenze Artificiali militari è altissimo.La priorità non riguarda allora l'essere "amici della Russia", ma di riconoscere che la stabilità nucleare è un interesse vitale reciproco. La proposta di una "Helsinki 2" serve proprio a istituzionalizzare questo pragmatismo.
Noi andiamo oltre il dossier di Richard, introducendo il tema del nucleare civile. Sosteniamo che il sedicente "atomo di pace" sia il "paravento" tecnologico e finanziario per mantenere le competenze necessarie a quello militare.
La nostra visione è che una vera architettura di sicurezza europea deve basarsi sulla conversione ecologica. Se l'Europa resta dipendente da grandi infrastrutture centralizzate e vulnerabili (centrali nucleari o gasdotti russi), sarà sempre soggetta a ricatti geopolitici. Il disarmo civile è dunque una forma di resilienza strategica.
Il collegamento tra proibizionismo antinucleare e No First Use
La proposta dei "Disarmisti esigenti" introduce un elemento di gradualità tattica che manca nella diplomazia tradizionale, la quale ragiona per blocchi monolitici: o sei nella NATO (e accetti la deterrenza nucleare) o sei fuori (e sei vulnerabile).
L'idea degli "Stati aderenti transizionali" al TPNW (Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons) funge da ponte per disinnescare lo stallo tra l'espansionismo atlantico e la paranoia securitaria russa. Ecco come si articola questa "via d'uscita" nel contesto del 2026:
1. Il concetto di "Stato in Transizione". Secondo questa strategia, un Paese membro della NATO (come l'Italia, la Germania o il Belgio) non dovrebbe uscire dall'Alleanza domattina — atto percepito come un suicidio politico — ma dichiararsi Stato in via di adesione al TPNW. Lo Stato riconosce la validità giuridica del bando totale delle armi atomiche e avvia un cronoprogramma per la rimozione delle testate statunitensi dal proprio suolo (le B61-12). Lo status giuridico si modifica di fatto: pur restando nella struttura difensiva convenzionale della NATO, lo Stato rinuncia formalmente alla "protezione" del nucleare USA, diventando una zona de-nuclearizzata di fatto.
2. La "moneta di scambio" per Mosca. Qui si risponde alla domanda di Hélène Richard: "Cosa offrirebbe Mosca in cambio?". Se singoli Stati europei iniziassero questo percorso transizionale, l'offerta diplomatica diventerebbe concreta: in cambio della de-nuclearizzazione di un'area (ad esempio, l'Italia o la Germania), il Cremlino dovrebbe impegnarsi a non puntare più i propri missili tattici verso quei territori e a ritirare i propri vettori nucleari dai confini di quegli Stati (es. l'enclave di Kaliningrad). Questo processo non sarebbe unilaterale, ma verrebbe gestito sotto l'egida di un'OSCE rilanciata, trasformando ogni Stato "transizionale" in un mattone di una nuova architettura di sicurezza collettiva continentale.
3. Disinnescare il "dilemma della sicurezza". Lo stallo attuale nasce dal fatto che ogni mossa della NATO è vista dal Cremlino come una minaccia, e viceversa. L'approccio dei disarmisti esigenti, proponendo l'adesione al TPNW come processo transizionale, rompe l'automatismo. Un'Europa che si libera dalle testate nucleari non è più una minaccia offensiva esistenziale per la Russia, ma non smette di essere difesa convenzionalmente. Si realizza la neutralità attiva: lo Stato transizionale non è "neutrale" nel senso di indifferente, ma diventa un mediatore attivo.
La sfida dei "Disarmisti Esigenti" parte dalla valutazione che la crisi del NEW START (arrivato a scadenza senza rinnovo) sia un momento cruciale.
Senza "Stati transizionali" che rompano il fronte della deterrenza, l'Europa resterà l'ostaggio nucleare della sfida tra la Casa Bianca e il Cremlino.
In questo senso, il disarmo non è più un ideale etico per anime belle, ma lo strumento tecnico per permettere a quel "dirigente europeo" evocato da Richard di alzare il telefono e avere finalmente qualcosa di reale da offrire al tavolo delle trattative.
Inserire il fattore Pechino nell'equazione geopolitica anche dal punto di vista disarmista dal basso
L'inserimento del "fattore Pechino" trasforma la proposta dei disarmisti da una speranza eurocentrica a una strategia globale di triangolazione. In questo febbraio 2026, mentre il trattato New START tra USA e Russia è appena spirato (5 febbraio), la Cina emerge non solo come potenza militare, ma come l'unico attore tra i "Grandi" che mantiene formalmente e promuove la dottrina del "No-First-Use" (NFU).
Ecco come la forza di Pechino si aggancia alla strategia degli "Stati aderenti transizionali":
1. Il No-First-Use come standard internazionale
La Cina ha depositato alle Nazioni Unite (già nel 2024 e ribadito nei forum del 2026) una proposta per un trattato globale sul "Non primo uso".
Questa è una opportunità per l'Europa: gli Stati europei che scelgono la via della "transizione" verso il TPNW possono usare la posizione cinese come scudo diplomatico. Possono dire a Washington: "Non stiamo uscendo dalla difesa comune, stiamo adottando lo standard di prudenza che la Cina offre come base per la stabilità globale".
La società civile deve approfittare di questo: la Cina offre la prova che una grande potenza può possedere l'atomica senza basare la propria dottrina sulla minaccia del "colpo preventivo".
2. Pechino come "garante" della Nuova Helsinki
Se l'Europa decidesse di aprire una discussione su una nuova architettura di sicurezza (la Helsinki 2), la Cina diventerebbe il partner necessario per bilanciare la Russia.
L'interesse cinese sta nell'evitare che la Russia collassi o che ricorra al nucleare tattico in Ucraina (fattore che scatenerebbe il riarmo atomico di Giappone e Corea del Sud).
I disarmisti esigenti vedono nella Cina l'interlocutore per una "zona de-nuclearizzata euro-asiatica". Se gli Stati transizionali europei iniziano a rimuovere le testate USA, Pechino può esercitare la pressione necessaria su Mosca per una reciprocità che la sola diplomazia europea non otterrebbe.
3. La trappola del 2026 e la risposta "transizionale"
Proprio in questi giorni (metà febbraio 2026), gli Stati Uniti accusano Pechino di test nucleari segreti per giustificare la ripresa dei propri test (politica "su base di parità" di Trump). Invece di cadere nella nuova Guerra Fredda, i movimenti devono sostenere la proposta cinese del trattato NFU come "ponte" verso il TPNW. Gli Stati aderenti transizionali diventano quindi il laboratorio politico: Paesi che si muovono tra il mondo della deterrenza (NATO) e quello dell'abolizione (TPNW), usando la dottrina cinese del No-First-Use come gradino intermedio.
Lo schema della distensione tripartita (2026)
Attore Dottrina chiave Ruolo nel disarmo transizionale
Europa (Stati Transizionali) Dignità e autonomia Rimuovono le testate tattiche dal suolo UE.
Cina No-First-Use (NFU) Fornisce la cornice giuridica di non-aggressione nucleare.
Russia Interessi e stabilità Accetta la reciprocità (ritiro vettori dai confini) per evitare l'escalation.
La società civile, per concludere, non deve guardare a Pechino con ingenuità, ma con realismo strategico. Usare la forza contrattuale cinese per scardinare il manicheismo atlantico è l'unica via per non arrivare a fine anno con crisi belliche aggravate e con i missili pronti al lancio...