Oppositori "solari" versus "incappucciati"

Comunicazione su:
https://comunicazione-nonviolenta.webnode.it/l/solarivsincappucciati/
con una riflessione in appendice: la bandiera di tutti gli oppressi è quella del diritto internazionale, quella dell'ONU, nonostante tutto!
Il 5 marzo, di venerdì, dalle ore 17:00 alle ore 19:00, stiamo organizzando una iniziativa a Chiamamilano, in via Laghetto 2, a favore della Peace Pagoda di Comiso, per l'acquisto del terreno su cui il tempietto sorge (ci restano ancora 5.000 euro da raccogliere).
Come momento di preparazione si questa iniziativa in via Laghetto, facciamo ora, domenica 22 febbraio 2026, dalle ore 18:00 alle ore 20:00, un incontro online di riflessione su come il "Potere su" esercita la sua egemonia e su come è possibile organizzare una resistenza nonviolenta, strategica, tattica e di comunicazione, includente anche i contributi del pensiero femminista, così come era stato proposto dal nostro ultimo webinar del gennaio...
Una iniziativa che abbiamo intitolato: "Opposizione solare vs. opposizione incappucciata": il modello di azione per la pace incarnato dal Nipponzan Myohoji dovrebbe risultare trasparente!
Link per partecipare all'incontro:
https://us06web.zoom.us/j/86505580473?pwd=MVVPrNQU2DGmQS0BDUtwZt4UgQcsHa.1
AGGIORNAMENTO DEL 20 FEBBRAIO 2026
POTERE SU VS. POTERE CON
spunti di riflessione per animare la discussione nel webinar, intitolato "OPPOSIZIONE SOLARE VS. OPPOSIZIONE INCAPPUCCIATA, organizzato dai Disarmisti esigenti (www.disarmistiesigenti.org) domenica 22 febbraio 2026 - dalle ore 18:00 alle ore 20:00
L'idea dell'opposizione solare, sulla quale intendiamo riflettere il 22 febbraio - un modello è l'ordine buddhista, il Nipponzan Myohoji cui appartiene il monaco che ha costruito la Peace Pagoda di Comiso - ci appare appropriata, perché il sole non combatte l'ombra; semplicemente, comparendo, la rende impossibile. Al contrario, l'opposizione "incappucciata" (spesso figlia di una reattività rabbiosa) rischia di nutrire la stessa logica di scontro cara al "potere su", la cui essenza è esercitare la coazione fisica.
Gli appunti che seguono possono essere ulteriormente sviluppati elaborando ed approfondendo i concetti di "nonviolenza poietica" e di "terrestrità".
La dimensione etica della nonviolenza estende il "non uccidere" al rispetto della vita dell'ecosistema globale, cui la specie umana appartiene organicamente.
La dimensione strategica della nonviolenza attua l'obiettivo di "trasformare i gruppi umani nemici in gruppi umani amici".
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Individuiamo adesso i tre pilastri su cui si regge ogni struttura di dominio. La vulnerabilità umana al potere non è un difetto di fabbrica, ma il risultato di una sapiente ingegneria sociale che agisce su leve emotive e cognitive primordiali.
Ecco come - ringraziamo GEMINI per l'aiuto - possiamo analizzare queste vulnerabilità e la risposta in merito che alcune teorie femministe suggeriscono:
Le tre chiavi della vulnerabilità
La paura e la divisione ("Divide et impera"): il "potere su" prospera nell'isolamento. Se percepisco l'altro come una minaccia (competizione per le risorse, paura del diverso), cercherò protezione in un "capo" forte. La divisione rompe la solidarietà orizzontale, rendendo la coercizione fisica o economica molto più efficace.
L'ignoranza e la delega (il volto dell'egemonia): l'egemonia, che accompagna in vari gradi il dominio del "Potere su". non ti nega l'informazione, ma spesso la satura o la semplifica. Se credo di non avere gli strumenti per capire la complessità (economia, politica, scienza), delego volentieri la mia capacità di giudizio a chi si presenta come "esperto" o "guida". È il passaggio dall'ignoranza alla dipendenza intellettuale.
Il bisogno di appartenenza: l'egemonia agisce sulla paura dell'esclusione. Il timore della "punizione morale" (lo stigma, la vergogna di essere fuori dal coro) ci spinge a conformarci spontaneamente per non restare soli.
La risposta del femminismo "storico": dalla "coscienza" al "Potere con"
Il femminismo "storico" - il "pensiero della differenza", ad esempio - non risponde solo con una teoria politica, ma con una pratica di trasformazione del sé. La libertà personale non è vista come un "isolamento" (faccio quello che voglio), ma come un'autonomia che si realizza nella relazione.
1. Partire da sé e l'autocoscienza
Il primo atto contro l'egemonia è stato, storicamente, il "gruppo di autocoscienza".
Contro l'ignoranza: non si studia sui libri del "potere su", ma si parte dalla propria esperienza vissuta.
Contro la delega: si scopre che "il personale è politico". Capire che il proprio malessere non è una colpa individuale ma una struttura sociale rompe l'incantesimo del dominio.
2. La pratica dell'affidamento (saper riconoscere l'autorità senza il dominio)
Il femminismo della differenza ha introdotto un concetto rivoluzionario: si può riconoscere l'eccellenza o la competenza di un'altra donna (autorità, meglio: autorevolezza) senza che questa diventi un potere di oppressione. È un'autorevolezza circolare: ti riconosco perché mi aiuti a crescere, non perché mi sottometti.
3. Il conflitto come risorsa, non come guerra
Mentre il "potere su" vede il dissenso come qualcosa da schiacciare, il "potere con" vede il conflitto come un momento di confronto necessario per creare sintesi nuove. La libertà qui non è "assenza di vincoli", ma capacità di stare nel legame senza perdere se stesse.
Come si costruisce il "Potere con" oggi?
Costruire il "potere con" significa ribaltare la piramide del dominio+egemonia attraverso tre azioni concrete:
Trasparenza radicale: condividere le informazioni per annullare l'asimmetria che genera l'egemonia.
Interdipendenza consapevole: accettare che abbiamo bisogno degli altri, ma scegliere come e con chi legarci, trasformando il bisogno in alleanza.
Cura come categoria politica: spostare il centro del mondo dalla "produzione/predazione" (tipica della caccia, forse all'origine della guerra) alla "riproduzione/cura" della vita e delle relazioni.
"La libertà non è stare sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione." (Giorgio Gaber)
Questa frase riassume bene l'idea: il "potere con" è la libertà che si esercita agendo insieme agli altri, non fuggendo da loro.
Come la vera libertà è in connessione strutturale con la nonviolenza?
La nonviolenza non è l'assenza di conflitto, ma la forma più evoluta e radicale di "potere con". Se il "potere su" ha bisogno della violenza (fisica o morale) per esistere, la nonviolenza è la tecnologia sociale che smantella quel potere alla radice.
Possiamo analizzare questo legame attraverso tre passaggi chiave:
1. La nonviolenza come "Satyagraha" ("Forza della verità")
Gandhi non intendeva la nonviolenza come passività, ma come una forza attiva.
Contro l'egemonia: la nonviolenza agisce svelando la menzogna del consenso. Quando una persona smette di obbedire a una legge ingiusta e accetta le conseguenze senza reagire con violenza, "rompe l'incantesimo" dell'egemonia.
Il potere della vulnerabilità: mostrare il proprio corpo nudo di fronte alle armi (come nelle marce nonviolente) toglie al "potere su" la sua unica moneta di scambio: la paura. Se non ho più paura della tua punizione fisica, il tuo dominio svanisce.
2. Mezzi e fini: la coerenza del "Potere Con"
Uno dei pilastri della nonviolenza è che il fine non giustifica i mezzi, perché i mezzi sono il fine in divenire.
Se uso la violenza ("potere su") per abbattere un tiranno, sto semplicemente cambiando il titolare del dominio, ma non la struttura del potere.
La pratica femminista e quella nonviolenta convergono qui: per costruire una società basata sulla cooperazione, dobbiamo usare pratiche cooperative già durante la lotta. Il "potere con" si costruisce nel come protestiamo, non solo nel cosa chiediamo.
La frase da tenere a mente è: sii il cambiamento che vuoi vedere realizzato. Per questo il disarmo unilaterale è un metodo che anticipa e promuove il disarmo generale.
3. La disobbedienza civile come riappropriazione del potere
Il potere non è qualcosa che il sovrano "possiede", un oggetto sostanziale, ma qualcosa che i sudditi gli "concedono" attraverso l'obbedienza, un processo legato a una relazione.
La nonviolenza insegna che il dominio è un castello di carte che poggia sul nostro consenso (spesso estorto con la paura).
Il ritiro del consenso: nel momento in cui un gruppo sociale decide collettivamente di non collaborare più, il "potere su" crolla. Questa è la massima espressione del potere non inteso come sostantivo ma come verbo: possiamo fermare la macchina semplicemente smettendo di farne parte. E questo in modo tanto più efficace quanto più siamo organizzati.
4. La Nonviolenza è la cura impostata quale alternativa alla logica del Patriarcato
Se, come dicevamo, il patriarcato nasce dalla logica della caccia - guerra contro le altre specie animali - e del controllo sulla vita, la nonviolenza è il ritorno alla politica della cura. È l'idea che la forza non risieda nella capacità di distruggere, ma nella capacità di sostenere la vita e i legami anche sotto pressione.
Il femminismo nonviolento ci insegna che non vogliamo "una fetta della torta" del potere maschile/predatorio, ma vogliamo cambiare la ricetta e la forma della torta stessa.
Nonviolenza Poietica e Terrestrità
Per completare il passaggio dal "potere su" al "potere con", è necessario introdurre due concetti che spostano l'orizzonte dalla semplice resistenza politica alla creazione di nuovi mondi culturali:
1. La "Nonviolenza poietica": oltre la resistenza, la creazione
Il termine "poietico" deriva dal greco poiesis (fare, inventare, generare). Mentre la nonviolenza classica viene spesso percepita come una forma di resistenza essenzialmente reattiva, la nonviolenza poietica è una forza squisitamente proattiva e creativa.
Non è solo un "no" al dominio: è la capacità di dare vita a istituzioni, linguaggi e modi di stare insieme che rendono il "potere su" obsoleto. Se la violenza distrugge la realtà, la nonviolenza poietica la edifica.
La ricetta della torta: riprendendo la metafora culinaria, l'azione poietica non si limita a rifiutare la torta del patriarcato, ma inizia a impastarne una nuova, collettivamente, qui ed ora. È l'esercizio del "potere con" che smette di guardare al sovrano per definirsi e rafforzarsi con la costruzione di comunità autonome e resilienti.
2. La "Terrestrità": una nuova identità di specie
La "Terrestrità" è il riconoscimento della nostra condizione di componenti organici di un ecosistema finito, espresso dalla metafora delle foglie degli alberi (gli esseri umani) di una foresta (il pianeta Terra): una risposta filosofica radicale alla "logica della caccia" e della predazione, che sfociano nella guerra.
Soggetto terrestre vs. soggetto dominante: il patriarcato ha costruito un'identità umana (prevalentemente maschile) come qualcosa di separato e superiore alla natura. Essere "terrestri" significa invece sentirsi parte organica della biosfera.
L'etica della simbiosi: la terrestrità sostituisce l'idea di "ambiente" (qualcosa che sta intorno a noi e che possiamo usare) con l'idea di ecosistema comune. In questo senso, la nonviolenza diventa l'unica strategia possibile: colpire l'ecosistema o l'altro individuo significa, letteralmente, colpire se stessi. La "capacità di sostenere la vita", citata negli appunti fin qui esposti, diventa così un imperativo biologico prima ancora che morale.
In sintesi: La nonviolenza poietica è lo strumento con cui il "potere con" crea nuove realtà, mentre la terrestrità è il terreno su cui queste realtà poggiano. Insieme, esse trasformano l'essere umano da predatore a custode e creatore di relazioni.
Il costituzionalismo della Terra
Il Costituzionalismo della Terra rappresenta il naturale sbocco giuridico e istituzionale del percorso che abbiamo tracciato. Se il "potere con", la "nonviolenza poietica" e la "terrestrità" sono le bussole culturali, il Costituzionalismo della Terra è la mappa legislativa per navigare il futuro.
Possiamo argomentare questa connessione strategica attraverso tre pilastri fondamentali:
1. Dal "Patto tra esseri umani" al "Patto con la Terra"
Le costituzioni moderne sono nate come contratti sociali tra esseri umani (spesso maschi, bianchi e proprietari) per limitare il "potere su" dei sovrani. Tuttavia, hanno mantenuto una logica predatoria verso la natura, considerata un oggetto di proprietà.
Il Costituzionalismo della Terra (teorizzato ad esempio da giuristi come Luigi Ferrajoli) propone di elevare la Terra a soggetto di diritto.
Questo è l'atto supremo di "potere con": non dominiamo la natura, ma stabiliamo una relazione giuridica di interdipendenza con essa.
2. La "democrazia dei beni comuni"
Il "potere su" si alimenta della scarsità e della proprietà privata esclusiva. Il Costituzionalismo della Terra sposta l'accento sui beni comuni vitali (acqua, aria, foreste, ghiacciai, saperi). Lo sbocco strategico è creare istituzioni sovranazionali di garanzia che sottraggono questi beni al mercato e alla sovranità degli Stati nazionali. Questo realizza la "nonviolenza poietica" su scala globale. Proteggere il clima o le foreste non è più una scelta politica volontaria, ma un obbligo costituzionale per la sopravvivenza della specie.
3. Il disarmo come norma costituzionale
La logica del patriarcato è la logica della guerra (derivata dalla caccia). Il Costituzionalismo della Terra riconosce che la guerra è l'antitesi della terrestrità. Lo sbocco strategico è, per l'intanto, la messa al bando delle armi nucleari e la riduzione strutturale delle spese militari: non sono solo obiettivi pacifisti, ma prerequisiti di un ordine giuridico mondiale. Qui il "disarmo unilaterale" come metodo nonviolento trova la sua istituzionalizzazione. Si passa dalla forza delle armi alla "forza del diritto" terrestre.
In breve: se la nonviolenza è la pratica e il femminismo è la consapevolezza, il Costituzionalismo della Terra è l'architettura giuridica che rende possibile vivere il "potere con" in modo permanente e globale.

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con una riflessione in appendice: la bandiera di tutti gli oppressi è quella del diritto internazionale, quella dell'ONU!
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E' appena giunta, l'11 febbraio 2026, alla sua conclusione, dopo i suoi 3.700 km di cammino, dal Texas a Washington, la "Walk for peace" dei monaci buddhisti negli USA, di tradizione Theravada*, amici del nostro Morishita, il monaco Nipponzan fondatore della Peace Pagoda di Comiso, per il quale chiediamo sostegno concreto.
La marcia ha rappresentato, a nostro modo di vedere, un modello positivo di mobilitazione, su cui fare mente locale per cogliere importanti insegnamenti. In nostre considerazioni già diffuse sul web, a partire dalla sua modalità di svolgimento e dal suo successo contro l'ICE di Trump, abbiamo parlato di opposizione solare versus opposizione incappucciata.
Sicuramente con una forzatura, perché sia questi monaci Theravada, sia il Nipponzan Myohoji, l'ordine buddhista fondato dal discepolo di Gandhi, Nichidatsu Fujii, a cui appartiene Morishita, il monaco giapponese di Nagasaki che ha deciso di stabilirsi a Comiso, non si oppongono a nulla, cercano "semplicemente" di entrare in sintonia con l'universo.
Fatta questa premessa, l'idea in noi si è affacciata per analogia anche guardando all'andamento dei cortei turbolenti che si stanno svolgendo in Italia per riprendersi i centri sociali sgombrati in rapporto al conflitto acceso dal movimento PRO PAL.
L'idea dell'opposizione solare ci appare appropriata, con i suoi colori vividi dal giallo all'arancione, proprio perché il sole non combatte l'ombra; semplicemente, comparendo, la rende impossibile. Al contrario, l'opposizione "incappucciata" (spesso figlia di una reattività rabbiosa) rischia di nutrire la stessa logica di scontro cara al "potere su".
Il "potere su" (dominio) si regge sulla gerarchia e sulla paura che giocano sulla frammentazione. Spesso spinge chi dissente verso l'incappucciamento perché vuole che la resistenza sia percepita come "altro" rispetto al corpo sociale, rendendola facilmente criminalizzabile, nel momento in cui cade nella trappola della reattività di pancia. Rispondere alle provocazioni e alla repressione con la forza fisica significa accettare il terreno di gioco scelto dal potere: lo scontro militare è ciò in cui è più forte ed esperto.
La risposta del Nipponzan è di tutt'altra natura: la marcia e il suono del tamburo (Morishita in particolare ha percorso tutta la Russia e tutta l'America a piedi) non chiedono permesso, ma nemmeno aggrediscono. Occupano lo spazio con una vibrazione diversa, rendendo ridicola la forza bruta.
Il 5 marzo, di venerdì, dalle ore 17:00 alle ore 19:00, stiamo organizzando una iniziativa a Chiamamilano, in via Laghetto 2, a favore della Peace Pagoda di Comiso, per l'acquisto del terreno su cui il tempietto sorge (ci restano ancora 5.000 euro da raccogliere).
Come momento di sua preparazione, facciamo ora, domenica 22 febbraio 2026, dalle ore 18:00 alle ore 20:00, un incontro online di riflessione su come il "Potere su" esercita la sua egemonia e su come è possibile organizzare una resistenza nonviolenta, strategica, tattica e di comunicazione, includente anche i contributi del pensiero femminista, così come era stato proposto dal nostro ultimo webinar del gennaio...
Link per partecipare all'incontro:
https://us06web.zoom.us/j/86505580473?pwd=MVVPrNQU2DGmQS0BDUtwZt4UgQcsHa.1
* La tradizione Theravada a differenza del Nipponzan (che è di scuola Mahayana/Nichiren), cui appartiene Morishita, pratica la meditazione Vipassana. Il gruppo di 19 monaci, guidati dal venerabile Bhikkhu Paññākāra, proveniva dal centro Huong Dao Vipassana Bhavana di Fort Worth, in Texas. Hanno camminato per 108 giorni (numero sacro anche per il Nipponzan) proponendo una "meditazione vivente" che ha saputo parlare a milioni di persone, diventando un antidoto alla polarizzazione politica. Mentre il Nipponzan usa il tamburo e il Daimoku per risvegliare la natura di Buddha, i monaci Theravada in America hanno usato il silenzio e la Vipassana. Entrambi però convergono su quella "utopia concreta" di cui abbiamo parlato: una resistenza che non cerca lo scontro fisico ("l'incappucciato"), ma che trasforma la realtà attraverso la presenza fisica e la coerenza tra mezzi e fini.
Il contrasto tra l'opposizione solare (quella che ci mette la faccia, che non si nasconde e che trasforma il corpo in testimonianza vivente) e l'opposizione incappucciata (quella dello scontro violento cercato contro lo Stato) tocca il cuore della strategia nonviolenta.
Mentre la seconda spesso si nutre di una reattività che il sistema sa già come digerire e reprimere, la "marcia solare" dei monaci buddhisti disarma il potere proprio perché non ne parla la stessa lingua.
Per il nostro incontro online di riflessione, ecco alcuni spunti che intrecciano l'egemonia del "potere su" con la resistenza nonviolenta e il pensiero femminista:
1. Decostruire il "Potere su" (egemone)
Il pensiero femminista distingue tra il Potere-su (dominio, gerarchia, coercizione) e il Potere-con (cooperazione, rete, forza che si esprime facendo le cose insieme).
L'egemonia della forza fisicamente coercitiva è al cuore del potere tradizionale, che conta sulla paura delle punizioni che può infliggere e sulla segretezza degli alti livelli nelle catene di comando.
La risposta solare rende invece visibile l'invisibile. Se il Potere si esercita nell'intervento violento da passare sotto silenzio nei suoi aspetti più brutali, la marcia e la preghiera pubblica (come quella della Walk for peace dei monaci buddisti) occupano lo spazio simbolico con la "presenza radicale".
2. La resistenza nonviolenta come forza della solidarietà e della cura (aggancio femminista)
Il contributo femminista alla nonviolenza sposta l'accento dalla "vittoria sull'avversario" alla "cura delle relazioni", che devono costruire una unione popolare di uguali nelle differenze. Ma anche la pratica espressa dall'Ordine di Morishita, a ben vedere, riflette questa istanza.
L'etica della cura è coessenziale alla difesa della Peace Pagoda di Comiso: non è solo una battaglia legale per un terreno, ma un atto di presa in carico e di responsabilità per un presidio di pace . Ci si batte per la salvaguardia di una terra che è stata storicamente militarizzata, poi liberata da questo destino con la conversione civile dell'ex aeroporto Magliocco e che oggi rischia di essere di nuovo rimilitarizzata.
La memoria della vigilanza anti-cruise realizzata negli anni Ottanta è ancora attuale. Come le donne nei movimenti per la pace che coinvolsero anche Comiso (pensiamo alle donne di Greenham Common del campo vicino Londra), i monaci usano il corpo non come arma di offesa, ma come confine invalicabile di dignità.
3. Due modi di abitare il conflitto: il Centro sociale e la Pagoda.
C'è una differenza fondamentale nel loro modo di "riprendersi lo spazio":
L'opposizione incappucciata spesso replica la dinamica dello scontro fisico, restando nel perimetro d'azione previsto dal "Potere su".
L'opposizione solare pratica l'interdipendenza nell'ottica di trasformare i nemici in amici. L'acquisto del terreno a Comiso è un atto di auto-determinazione solida, perché toglie il terreno (letteralmente) sotto i piedi all'arbitrio del potere, stabilendo una radice permanente.
Verso il 5 marzo a Chiamamilano: ecco alcune domande che possono guidare il nostro incontro
Per stimolare il dibattito online, ci avventuriamo a proporre i seguenti interrogativi per stimolare chi intendesse parteciparvi:
Come possiamo trasformare il desiderio di "riprendersi uno spazio" (reattivo) nella costruzione di una "comunità di solidarietà e di cura" (proattivo)? Lo spazio non va forse più concepito come rete di relazioni che non come porzione identificata di territorio?
In che modo il linguaggio del corpo (aperto vs coperto) cambia la percezione del messaggio nel resto della società civile?
Quale ruolo ha il silenzio meditativo o la preghiera come forma di "sabotaggio gentile" delle logiche di produzione e consumo bellico?

Qui invece si ripropone una discussione intrattenuta di recente su WhastApp che potrebbe andare sotto il tema: "Dal narcisismo dell'io ideologico alla costruzione del "noi positivo": percorsi di resistenza nonviolenta e pragmatismo sociale". (work in progress)
AZIONI SIMBOLICHE ED AZIONI CONCRETE
Al di là di iniziative simboliche che possono essere portate avanti, che dire, appendere una bandiera della pace sul balcone di casa, ci sono le azioni concrete "pesanti" di chi, da attivista della società civile, riesce, per esempio, a far incardinare un Trattato di proibizione delle armi nucleari coinvolgente la maggioranza dei Paesi Onu. La speranza che il presente si proietti nel futuro salvando il passato viene in questo modo ad avere una base concreta, rientra nel novero delle possibilità realistiche.
E c'è, su questa scia, l'impegno per migliorare il Trattato, fare in modo che chi lo porta avanti crei contraddizioni tra le potenze nucleari, determinando condizioni che rendano più difficile la guerra nucleare per errore...
Quello che si vuol dire è che, se si può, è preferibile agire per risolvere effettivamente un problema (azione concreta sulla base di un pensiero ed un'etica della responsabilità) piuttosto che limitarsi a suggerirla con una associazione mentale immaginaria (con eventuale riferimento a quella che Max Weber chiamava etica della convinzione).
L'azione simbolica punta a comunicare. Il suo obiettivo è colpire l'immaginario, sollevare un dubbio o manifestare un'identità. Ha la caratteristica di essere spesso reattiva, legata al momento, focalizzata sull'espressione del sé ("io sono contro"). Il rischio è che, se non è seguita da passi pratici, diventa uno sfogo dell'io che dà l'illusione di aver contribuito, ma lascia la realtà immutata. È il "trip ideologico", spesso da noi richiamato: sventolare una bandiera senza costruire le condizioni per la pace.
L'azione concreta punta invece a incidere. Si basa su un'analisi pragmatica dei rapporti di forza e cerca di produrre un cambiamento materiale o legislativo. La caratteristica è la proattività che richiede tempo, fatica, compromessi e visione a lungo termine. Si basa, come verrà spiegato, sul "noi positivo".
Preferire l'azione concreta significa prendersi carico delle conseguenze. Se l'opposizione "incappucciata" cerca lo scontro fisico (azione simbolica di rivolta che però non sposta il potere), l'opposizione solare (come l'acquisto del terreno per la Peace Pagoda) pratica una resistenza che morde la realtà.
Mentre il simbolo si limita a suggerire che un altro mondo è possibile, l'azione concreta inizia a costruirlo pezzo dopo pezzo, rendendo quel cambiamento irreversibile. È il passaggio dal "dire" al "fare in modo che accada", che è l'unico modo per essere davvero "dalla parte giusta della Storia".
AZIONI CONCRETE PER "SENTIRSI DALLA PARTE GIUSTA DELLA STORIA"
L'azione simbolica, infatti, spesso soddisfa un bisogno psicologico, che potremmo focalizzare come il "sentirsi dalla parte giusta della Storia", fare parte dei "buoni" contro i "cattivi". Ma se vuole realmente provare questo sentimento è probabilmente meglio pensare che non si possa fare a meno di occuparsi della pistola nucleare che ognuno di noi ha puntata dietro la nuca, del genocidio programmato della deterrenza in cui siamo immersi e che può diventare umanicidio... Ci si può, insomma, sentire dalla parte giusta della Storia dandosi da fare perché la Storia continui sul serio: e questo impegno libera veramente il cuore...
Altra azione che cambia non solo simbolicamente ma praticamente la vita sociale della gente è l'obiezione di coscienza. Attuata in passato in Italia con 150 persone che hanno pagato con il carcere ha portato al riconoscimento del diritto soggettivo e all'istituzione del servizio civile. La funzione della difesa è stata sottratta al monopolio dell'apparato militare, la leva militare obbligatoria è stata sospesa. Sono conquiste che cambiano il quotidiano delle persone comuni e non sono date una volta per tutte. Bisogna lottare per ottenerle e lottare per mantenerle...
Il pensiero che resta sul simbolico è soprattutto per chi si vede in maturazione e crescita, il pensiero che si propone realistico è per i già adulti e responsabili. Può guardare alla utopia ma deve essere una utopia concreta. Si preoccupa in quanto si occupa e risolve. Non ti fa sentire solo dalla parte giusta sfogando l'io, ma aggiusta le cose producendo il "noi positivo".
Lavorare sul simbolico è più da adolescenti, lavorare sulla realtà effettuale è più da adulti. Non a caso l'adolescente tende all'estremismo; e Lenin, un politico fortemente realista nella sua intelligenza e capacità strategica, ha scritto un libro intitolato proprio: "L'estremismo, malattia infantile del comunismo".
Torniamo in modo più approfondito sul concetto che si è appena accennato. Un esperimento con la verità è la ricerca di un approccio sperabilmente e plausibilmente maturo e costruttivo alla vita e alla politica. Il pensiero fermo sul simbolico può essere importante per ispirare e motivare, ma il pensiero realistico è necessario per tradurre le idee in azioni concrete.
Puntare all'utopia concreta avendone una cognizione almeno di massima significa avere una visione di un futuro migliore, ma anche lavorare per renderlo possibile, passo dopo passo. Questo richiede sia responsabilità per prendere in mano le proprie azioni e decisioni; sia pragmatismo, per trovare soluzioni pratiche e fattibili; sia collaborazione per lavorare insieme al fine di raggiungere obiettivi comuni. Creare campagne organizzate in cui inserirsi per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo...
Dall "io" al "noi": ecco come il vero cambiamento può diventare fattibile. Bisogna sapere lavorare insieme ai livelli più ampi possibili per un bene comune, superando la tendenza delle persone a limitarsi sul proprio punto di vista o sul proprio gruppo. Un esempio di "noi positivo sono I movimenti sociali: i gruppi e le mobilitazioni che lottano per la pace intrecciata con la giustizia sociale e l'ecologia, come il movimento per la denuclearizzazione che i Disarmisti esigenti considerano al momento la priorità delle priorità.
SIMBOLI ADEGUATI E SIMBOLI FUORVIANTI
A proposito di simboli, forse non tutti sono "adeguati" rispetto ai fini proclamati: oggi di fronte ai bambini chi intende educare alla umanità globale, alla terrestrità, dovrebbe vergognarsi di innalzare qualsiasi bandiera nazionalistica se non temperata almeno con l'affiancamento di qualcosa che sia un riferimento al secondo comma dell'art 11 della costituzione: un ordinamento internazionale che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni. Quindi, di fatto, l'ONU, con tutte le sue contraddizioni, limiti ed ambiguità. E bisogna anche considerare se questa bandiera nazionale, per le forze che la rappresentano, non esprima un regime di oppressione teocratica e di disprezzo per le donne.... Gandhi ci teneva a che l'India si rendesse degna di conquistare la sua indipendenza rinunciando alle caste e praticando la convivenza tra le religioni e le comunità culturali...
Siccome oggi il punto di riferimento per molti no-war non è Gandhi (il quale non risulta che rappresenti la cultura occidentale ma tutt'altro), ecco che stiamo rischiando di allevare una alternativa non di persone libere ma di gruppi di violenti che, per forza di gravità logica, sfoceranno in un nuovo terrorismo. Già si vedono i sine baculos nei cortei che atteggiano le mani con il simbolo della P38 che andava di moda con il movimento del 77. Abbiamo visto la brutta fine che ha fatto quel movimento e a cosa sia servita politicamente tutta la disgraziata stagione degli anni di piombo...
Il mezzo deve essere omogeneo al fine o no? E quindi anche la simbologia deve rendersi tale. Se vogliamo una società di "prima le persone prima l'umanità prima la Terra" dobbiamo cercare I simboli che esprimono questa alternativa. Se siamo dentro la cultura vecchia e mortifera dei nazionalismi che, in epoca atomica, condurranno alla fine di tutto il mondo non abbiamo altro da fare che sventolare bandiere nazionali di questa o quella tribù umana locale magari appiccicandoci sopra l'aggettivo libero...
Oggi si è liberi se ci si educa alla rinuncia del nazionalismo e del militarismo, i cancri della umanità e della Terra. E questo vale per l'Ovest come per l'Est, per il Nord come per il Sud. Se si nutre un senso di colpa per il colonialismo praticato dall'Occidente e dall'Europa in particolare, ecco i valori e la simbologia da praticare, sempre riferentisi a una dimensione universalistica ...
LA BANDIERA DI TUTTI GLI OPPRESSI? QUELLA DELL'ONU!
Dobbiamo tracciare una demarcazione chiara tra l'empatia per le vittime di una politica criminale e l'abbaglio ideologico post terzomondista. Noi ci impegniamo a smascherare come una causa specifica (e drammatica) venga trasformata in un "simbolo universale" forzato, che rischia di oscurare altre tragedie e di avallare dinamiche politiche tutt'altro che liberatrici.
Ecco alcuni punti di riflessione per decostruire l'idea che questa o quella bandiera di nazionalità oppressa sia l'eccezione universalistica.
Il primo errore che si commette è la selezione ideologica. Quando si afferma "siamo tutti la nazione X, Y o Z", si compie un'operazione di riduzionismo perché si stabilisce una gerarchia del dolore. Focalizzarsi solo su Gaza ignorando il Sudan, il Congo o le vittime silenziose dei test nucleari e della fame, crea una gerarchia delle vittime: questa è forse giustizia? Si va a finire che le vite ( e le morti) di alcuni contano di più delle vite di altri, e di gran lunga!
Il secondo errore è la rivalutazione del nazionalismo, per quanto mascherato. Ogni bandiera nazionale, per definizione, delimita un "noi" contrapposto a un "loro". Presentare la bandiera di questa o quella nazione come l'unica che "non conosce nazionalismo" è una contraddizione logica. La lotta per lo Stato è, intrinsecamente, una lotta nazionalista.
Il terzo errore è giustificare un modello oppressivo e di brutalità violenta. La "resistenza" che ha fatto della violenza terroristica e che ha sequestrato ostaggi civili, quale che sia il contesto in cui i crimini contro l'umanità sono stati commessi, cosa ci assicura che non commetterebbe nefandezze contro le nostre comunità più prossime, qualora ne intravedesse una sciagurata convenienza, magari solo per finalità di ricatto?
Se il fine è la liberazione umana e la pace, il mezzo non può essere il terrorismo o l'alleanza con teocrazie oppressive. Esporre come simbolo di liberazione una bandiera che, sotto la gestione di determinate forze politiche, rappresenta l'oppressione delle donne e dei dissidenti, significa cadere in un vicolo cieco etico.
Perché allora non siamo tutti, semplicemente, innanzitutto umani"? La proposta di temperare ogni simbolo nazionale con il riferimento all'Articolo 11 della Costituzione o alla bandiera dell'ONU (intesa come aspirazione a un ordinamento sovranazionale) è la vera risposta "solare". Non esiste un popolo che sia "più vittima" di altri in senso metafisico. Esistono vittime del militarismo e del nazionalismo ovunque. Invece di adottare la bandiera di una parte (che inevitabilmente divide), l'opposizione solare adotta simboli che uniscono l'umanità contro la guerra in quanto tale: la bandiera della pace, il tamburo dei monaci, o l'impegno concreto per il Trattato di proibizione nucleare, perché è il diritto internazionale quello che ci preme, il diritto delle persone, dell'umanità e della Terra.
IL RISCHIO DI UN NUOVO TERRORISMO (incompiuto e da rivedere, work in progress)
La storia ovviamente non si ripete mai uguale ma ci sono analogie da non sottovalutare...
La guerra in Ucraina ha fatto molti più morti di quanto abbiamo finora contato, ci avviciniamo al milione, e sta trainando una tendenza alla guerra in un contesto dove gli apparati nucleari crescono si modernizzano e non hanno più controlli... e noi invece della realtà centrale del rischio della unificazione della "guerra mondiale a pezzetti" (copy right Papa Bergoglio) dovremmo ergere a simbolo universale questo o quel conflitto periferico male interpretato?
Essendoci un trip ideologico è quello che la maggioranza dei "caldi" sta facendo in alcuni Paesi sulla scia dei campus americani. Ma la brutta fine dei trip ideologici è nota e ci sembra dannatamente chiaro che in Italia aiuterà ad instaurare un regime più autoritario per eterogenesi dei fini...
Abbiamo un movimento che per fermare un massacro dall'altra sponda del mare si è messo in testa di bloccare tutto e con ciò, portando la tattica sullo scontro fisico, ha attivato una evidente spirale lotta repressione per chi ha occhi per vedere ed orecchie per intendere ... Queste dinamiche non possono che avere uno sbocco molto negativo...
La spirale lotta repressione porta ai tentativi di rioccupare fisicamente I luoghi sgomberati (ma in certi periodi bisogna sapere accettare I compromessi) e ad incaponirsi per occupare stazioni ferroviarie o circonvallazioni stradali ... le zone rosse da violare come criceti impazziti...
ORA fermiamoci e riflettiamo con calma: non ci sembra che lo sbocco di tutto ciò sia evidente? E siamo obbligati a seguire l'andazzo di una componente "calda" impazzita che non riesce ad entrare in sintonia con una opinione popolare che nessuno pare si sogni di rappresentare, qui in Italia nemmeno nella destra estrema?
A proposito di simboli ecco quello che pensiamo di proporre per un lavoro ed una lotta comuni: noi siamo una OPPOSIZIONE SOLARE, non una opposizione incappucciata. L'opposizione SOLARE ci può portare con fatica ad entrare in sintonia con il nostro popolo, ad esempio sulla questione delle Olimpiadi; l'opposizione incappucciata invece ci isola e diventare strumento delle lobby affaristiche che vorremmo a parole combattere (o con petardi simbolici) ...
Ma anche qui pensiamo che dovremmo accettare di venire incontro ai desiderata popolari. Come a Comiso: dobbiamo rivendicare la chiusura dell'aeroporto perché siamo ecologisti duri e puri alla Thunberg (si fa per dire visto il suo possibilismo sul nucleare ) oppure difenderlo come vuole la stragrande maggioranza della gente opponendoci a una sua possibile rimilitarizzazione?