Papa Leone cita madre Teresa: ma è vero che l'aborto è "il più grande distruttore della pace"?

07.02.2026

L'aborto è causa di guerra, "il più grande distruttore della pace": Papa Leone XIV cita Madre Teresa. E' una uscita felice? Non è in ogni caso normale che talvolta il capo della Chiesa Cattolica si presenti come tale?

Antonio De Lellis, coordinatore di Pax Christi, su questa frase del Papa, cita delle considerazioni di don Fabio Corazzina che contestualizzano e in parte giustificano le parole del Pontefice, riportate in fondo alla pagina dal Bollettino stampa della Santa Sede.

Secondo De Lellis: "(Riflettere su questo discorso) è una opportunità su come vengono estrapolate e semplificate cose molto importanti che sono sottaciute" ....

Nell'occasione ricordiamo l'incontro online che organizziamo per l'8 febbraio (domenica), dal carattere di consultazione sull'impostazione del nostro intervento alla conferenza di riesame del TPNW (trattato di proibizione delle armi nucleari), prevista a New York, presso il Palazzo di Vetro dell'ONU, per il novembre 2026.

Per partecipare, domenica 8 febbraio, dalle ore 18:00 alle ore 20:00, ecco il link alla piattaforma zoom:

https://us06web.zoom.us/j/84000869441?pwd=8NZeLs3bJUs9IMseraHqN7dQegaF6B.1

Qui di seguito il commento di Don Fabio Corazzina segnalato da De Lellis:

Nella giornata della vita sul tema "prima i piccoli", emerge un focoso dibattito e parecchia indignazione sulla frase di papa Leone: "L'aborto è la più grande minaccia alla pace"

Mio ultimo problema, lo sapete bene, è difendere il Papa. Non fa parte del mio dna. Semplicemente ho provato a capire, come sempre faccio.

La frase è tolta da un discorso di papa Leone ai giovani di tutto il mondo partecipanti al convegno "One Humanity, One Planet" in cui dice (cito):

a) Sono molto contento di incontrare giovani come voi, provenienti da ogni parte del mondo, uniti nell'impegno politico alla ricerca del bene comune.

b) il metodo di ascolto e discernimento funziona come una lente, attraverso la quale osservare il mondo

c) coltivate insieme i 4 sogni: ecclesiale, ecologico, sociale e culturale. Quanto è urgente dedicare le migliori energie alla cura di questi ambiti, soprattutto in tempi feriti da molte ingiustizie, dalle violenze e dalla guerra!

d) la pace è soprattutto un dono, è un bene del quale ringraziare, è alleanza, che ci incarica di un impegno comune, è promessa, perché sostiene la nostra speranza in un mondo migliore.

e) la politica svolge qui una funzione sociale insostituibile: vi esorto perciò a cooperare sempre più nello studio di forme partecipative che coinvolgano tutti i cittadini, uomini e donne, nella vita istituzionale

f) non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l'umanità fa a sé stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all'oppresso. Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi.

g) INFINE .... cita madre Teresa di Calcutta «il più grande distruttore della pace è l'aborto». ... nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell'indigenza materiale e spirituale.

h) e chiude così: "One Humanity, One Planet", merita di essere completato con "One God": le nostre religioni ci chiamano a contribuire al progresso sociale, ricercando sempre quel bene comune che ha per fondamenta la giustizia e la pace.

... puoi non condividere un piccolo pezzo di questo intervento, e magari ne possiamo discutere, ma dell'impianto, di questo sguardo proposto ai giovani che ne dite?

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Ecco, in aggiunta, per stimolare riflessione e dialogo, il commento da parte di una femminista storica. Non la citiamo per nome perché gli appunti di seguito proposti sono stati poi elaborati come risposta a un articolo pubblicato sul quotidiano Avvenire: la replica così sviluppata è in attesa di pubblicazione ...

Lettera al mondo cattolico

Leggo spesso Avvenire. Lo faccio con attenzione, quasi per abitudine. Eppure, l'altro giorno, un articolo di Roberto Colombo sull'aborto mi ha lasciato un senso di amarezza. Mi è parso che desse troppa colpa alle donne per il male del mondo, come se la guerra fosse essenzialmente colpa nostra. Mi è sembrata una cosa poco vera, ecco.

Le donne i figli li hanno sempre fatti, anche quando intorno non c'era altro che polvere e spari. Non siamo noi a cominciare le guerre. Le guerre le fanno, dentro le strutture patriarcali, gli uomini, che pure sono nati da noi ma sembrano essersene dimenticati. Non riconoscono l'autorità di chi dà la vita. Bisognerebbe invece accettare la realtà per quella che è: gli uomini nascono perché una donna lo ha voluto. È un fatto semplice, ma decisivo. Se l'uomo riconoscesse questo limite, questo potere dell'altro, forse ci sarebbe più pace anche nel resto. Senza il senso della misura, la pace resta solo una parola astratta.

La vita è una cosa complicata, spesso dura. C'è insieme la lotta e l'aiuto reciproco, è così in natura, un equilibrio misterioso. Ma se, nel mondo umano che ne è parte, non si impara a mettersi d'accordo, a pesare i propri bisogni con quelli degli altri, non si arriva da nessuna parte.

Bisognerebbe proteggere la maternità con gesti concreti, come si tenta di fare col disarmo. Magari con un assegno che aiuti ogni bambino, per dare valore a quei nove mesi di fatica e di attesa. Si parla tanto di "ingiustizia nel grembo", ma le donne sono persone, non sono contenitori. La legge italiana è abbastanza equilibrata: tutela la donna e permette di scegliere finché la vita non è ancora formata. Obbligare una donna a portare avanti una gravidanza non le dà dignità; è solo un modo per approfittarsi di lei.

Io penso che gli uomini dovrebbero parlare tra di loro, da maschi. È inutile dire "noi" quando si parla di noi donne: siamo diversi. Voi siete un altro corpo, un altro potere. Sarebbe meglio ammetterlo e provare a venire a patti. Se voi uomini smetteste di fare la guerra a chi vi è più vicino – alle donne che vi mettono al mondo – imparereste finalmente a servire la pace anche con chi sta lontano.

E poi ci sono le cose di ogni giorno: stare attenti, proteggersi con anticoncezionali se la donna lo chiede. I figli si fanno se sono voluti. Il mondo è già troppo pieno di gente, le risorse sono poche e siamo circondati da armi che potrebbero distruggerci tutti da un momento all'altro. La pace deve cominciare da qui: da un modo nuovo di guardare alle donne, senza voler per forza comandare su ogni cosa.

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https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/aborto-il-nome-della-guerra-che-muoviamo-contro-noi-stessi_104046

Aborto: il nome della guerra che muoviamo contro noi stessi

di Roberto Colombo - pubblicato su Avvenire del 3 febbraio 2026

Le parole di Leone XIV in dialogo con l'eredità di Madre Teresa. Che era andata al centro della questione: fermare una vita nel grembo è violenza su un indifeso

È un binomio incancellato della storia dell'umanità quello inciso nel titolo del grande romanzo tolstoiano Guerra e pace. La storia di ieri e quella di oggi sono plasmate da questa diade che unisce dolore e gioia, timore e speranza, sangue e ferite cicatrizzate. Più e più volte, Leone XIV è partito da questa ineludibile realtà per farci aprire gli occhi, spalancare il cuore, illuminare la mente. Lo ha fatto sin dalle prime parole del suo pontificato, quella sera dell'8 maggio di un anno fa quando i nostri occhi erano rivolti alla loggia della basilica vaticana. Sabato scorso, nella Sala Clementina, rivolgendosi ai partecipanti al convegno "Una sola umanità, un solo pianeta", ha declinato il tema dello scrittore russo attraverso le parole di Madre Teresa di Calcutta, «santa degli ultimi e premio Nobel per la pace», quando con libertà evangelica ricordava che «il più grande distruttore della pace è l'aborto». Senza infingimenti politicamente corretti e lavata via ogni cosmesi semantica che copre una tristissima verità, la minuta ma tenace suora albanese dal viso solcato dalle rughe era andata al centro della questione, non ci ha girato attorno: l'aborto è il nome di una guerra contro la vita nascente. Una guerra con armi non convenzionali – alcuni farmaci e ferri chirurgici – e in un teatro che non è il campo di battaglia, ma il grembo di una donna, una madre. Papa Prevost, come già il suo predecessore Francesco, ci ha abituati a parlare in modo chiaro, semplice, diretto. A chiamare le cose con il loro nome. Non ci sorprende la sua sintonia con la sorella dei più poveri tra i poveri che sapeva parlare ai potenti della terra come ad un piccolo bambino. Perché quello che capiscono i più piccoli lo comprendano anche i grandi.
La guerra più devastante è quella che noi muoviamo a noi stessi. L'un contro l'altro armati, «ogni regno diviso in sé stesso va in rovina e una casa cade sull'altra» (Lc 11, 17). Il Papa ci invita «a riflettere sul fatto che non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l'umanità fa a sé stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all'oppresso». Se vogliamo metterci al servizio della pace tra tutti gli uomini e i popoli, dobbiamo rappacificarci, riconciliarci con l'umanità che siamo noi, che sono i nostri figli sin da quando Dio li chiama all'esistenza nove mesi prima di vedere la luce, e che sono i nostri anziani e malati fino al loro ultimo respiro. Ripartire dall'accoglienza della vita più fragile, incapace di difendersi, povera di tutto che è quella nascosta nell'utero materno ci darà le energie morali, culturali, sociali e politiche per saper accogliere come un fratello anche chi è più forte di noi, armato fino ai denti, ricco e potente, che ci fa la guerra. Se non faremo la guerra con chi ci è così vicino da abitare dentro una di noi, sapremo metterci al servizio della pace con chi sta lontano da noi e punta le sue armi contro di noi. «Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi». La pace è cosa grande, che i grandi devono costruire a partire dall'accoglienza dei piccoli. Non ci si improvvisa «operatori di pace» (Mt 5, 9) solo versando lacrime di fronte alle immagini belliche trasmesse dalla televisione o unicamente scendendo in piazza e brandendo una bandiera, ma piangendo accanto ad una donna che soffre per le sorti del figlio che è in lei, chiedendo a voce alta tutela e protezione per la maternità, abbracciando il vessillo della vita e incenerendo quello della morte. La pace è una profezia, la guerra una maledizione. «La sua voce» – quella di Madre Teresa – «rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell'indigenza materiale e spirituale», ha ricordato Leone XIV. Se si invoca una "pace giusta" sui campi di battaglia e si lavora per crearne le condizioni, non si può dimenticare l'ingiustizia nel grembo di una madre, il grido di dolore dell'umanità intera «per i suoi figli» che «non sono più» (Mt 2, 18).

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https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2026/01/31/0085/00161.html

Udienza ai partecipanti al convegno "One Humanity, One Planet", 31.01.2026

Questa mattina, nel Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Leone XIV ha ricevuto in Udienza i partecipanti al convegno "One Humanity, One Planet".

Il Bollettino della Santa Sede pubblica il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell'incontro:

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La pace sia con voi!

Mi hanno detto di parlare in italiano… Anche se vedo qualche bandiera peruviana dietro. Buenos días! Good morning!

Cari fratelli e sorelle!

Sono molto contento di incontrare giovani come voi, provenienti da ogni parte del mondo, uniti nell'impegno politico alla ricerca del bene comune. Le diverse nazioni, culture e religioni cui appartenete non sono per voi motivo di rivalità, ma di collaborazione e di crescita secondo uno stile sinodale. Questo metodo di ascolto e discernimento non è indifferente rispetto ai temi che trattate, ma funziona come una lente, attraverso la quale osservare il mondo. In quanto forma della comunione che ci lega, la sinodalità rende attenti allo sguardo di chi abbiamo accanto, e non solo a ciò che osserviamo, esercitandoci nel comporre visioni d'insieme che rispettano la complessità senza cadere in confusione e cercano la verità senza temere il confronto.

A questo proposito, vi sono grato per le molte iniziative alle quali lavorate, specialmente per il progetto "Quattro Sogni" della Pontificia Commissione per l'America Latina, nato dall'intuizione di Papa Francesco. Nell'Esortazione Apostolica Querida Amazonia, Egli invita a coltivare insieme i sogni ecclesiale, ecologico, sociale e culturale. Quanto è urgente dedicare le migliori energie alla cura di questi ambiti, soprattutto in tempi feriti da molte ingiustizie, dalle violenze e dalla guerra! Oggi il vostro ruolo di leader comporta perciò una crescente responsabilità per la pace: non solo quella tra Nazioni, ma lì dove abitate, studiate e lavorate ogni giorno. Se non promuoviamo la concordia in una università o in un ufficio, tra partiti e associazioni, come potremo curarla in un intero Stato o tra i Continenti? Con cuore puro e mente limpida, cercate sempre questa pace come dono, alleanza, promessa.

Sì, la pace è soprattutto un dono, perché la riceviamo da chi ci precede nella storia: è un bene del quale ringraziare. La pace è alleanza, che ci incarica di un impegno comune: quello di onorarla, quando c'è, e di realizzarla, quando manca. La pace, infine, è promessa, perché sostiene la nostra speranza in un mondo migliore, e come tale viene cercata da tutte le persone di buona volontà. La politica svolge qui una funzione sociale insostituibile: vi esorto perciò a cooperare sempre più nello studio di forme partecipative che coinvolgano tutti i cittadini, uomini e donne, nella vita istituzionale degli Stati. Su queste basi sarà possibile edificare quella fraternità universale che già tra voi giovani si annuncia come segno di un tempo nuovo: il vostro lavoro, infatti, trova la sua espressione più alta quando opera per un'umanità pacificata nella giustizia.

A tal fine, vi invito a riflettere sul fatto che non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l'umanità fa a sé stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all'oppresso. Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi. Madre Teresa di Calcutta, santa degli ultimi e premio Nobel per la pace, affermava a riguardo che «il più grande distruttore della pace è l'aborto» (cfr Discorso al National Prayer Breakfast, 3 febbraio 1994). La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell'indigenza materiale e spirituale.

Davanti alle molte sfide del presente abbiate dunque coraggio, ricordando che non siete soli a cercare la fraternità universale: l'unico Dio ci dona la terra come casa comune per tutti i popoli. Il titolo del vostro convegno, "One Humanity, One Planet", merita perciò di essere completato con "One God": riconoscendo in Lui il creatore buono, le nostre religioni ci chiamano a contribuire al progresso sociale, ricercando sempre quel bene comune che ha per fondamenta la giustizia e la pace. Con questa certezza nel cuore, su tutti voi giovani, su quanti vi accompagnano, sui vostri cari, imparto la benedizione apostolica. Grazie!

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