La bandiera degli oppressi è quella del diritto internazionale

12.02.2026

Il 5 marzo, di venerdì, dalle ore 17:00 alle ore 19:00, stiamo organizzando una iniziativa a Chiamamilano, in via Laghetto 2, a favore della Peace Pagoda di Comiso, per l'acquisto del terreno su cui il tempietto sorge (ci restano ancora 5.000 euro da raccogliere).

Come momento di sua preparazione, facciamo ora, domenica 22 febbraio 2026, dalle ore 18:00 alle ore 20:00, un incontro online di riflessione su come il "Potere su" esercita la sua egemonia e su come è possibile organizzare una resistenza nonviolenta, strategica, tattica e di comunicazione, includente anche i contributi del pensiero femminista, così come era stato proposto dal nostro ultimo webinar del gennaio...

Link per partecipare all'incontro:

https://us06web.zoom.us/j/86505580473?pwd=MVVPrNQU2DGmQS0BDUtwZt4UgQcsHa.1

Qui invece si ripropone una discussione intrattenuta di recente su WhastApp che potrebbe andare sotto il tema: "Dal narcisismo dell'io ideologico alla costruzione del "noi positivo": percorsi di resistenza nonviolenta e pragmatismo sociale". (work in progress)

AZIONI SIMBOLICHE ED AZIONI CONCRETE

Al di là di iniziative simboliche che possono essere portate avanti, che dire, appendere una bandiera della pace sul balcone di casa, ci sono le azioni concrete "pesanti" di chi, da attivista della società civile, riesce, per esempio, a far incardinare un Trattato di proibizione delle armi nucleari coinvolgente la maggioranza dei Paesi Onu. La speranza che il presente si proietti nel futuro salvando il passato viene in questo modo ad avere una base concreta, rientra nel novero delle possibilità realistiche.

E c'è, su questa scia, l'impegno per migliorare il Trattato, fare in modo che chi lo porta avanti crei contraddizioni tra le potenze nucleari, determinando condizioni che rendano più difficile la guerra nucleare per errore...

Quello che si vuol dire è che, se si può, è preferibile agire per risolvere effettivamente un problema (azione concreta sulla base di un pensiero ed un'etica della responsabilità) piuttosto che limitarsi a suggerirla con una associazione mentale immaginaria (con eventuale riferimento a quella che Max Weber chiamava etica della convinzione).

L'azione simbolica punta a comunicare. Il suo obiettivo è colpire l'immaginario, sollevare un dubbio o manifestare un'identità. Ha la caratteristica di essere spesso reattiva, legata al momento, focalizzata sull'espressione del sé ("io sono contro"). Il rischio è che, se non è seguita da passi pratici, diventa uno sfogo dell'io che dà l'illusione di aver contribuito, ma lascia la realtà immutata. È il "trip ideologico", spesso da noi richiamato: sventolare una bandiera senza costruire le condizioni per la pace.

L'azione concreta punta invece a incidere. Si basa su un'analisi pragmatica dei rapporti di forza e cerca di produrre un cambiamento materiale o legislativo. La caratteristica è la proattività che richiede tempo, fatica, compromessi e visione a lungo termine. Si basa, come verrà spiegato, sul "noi positivo".

Preferire l'azione concreta significa prendersi carico delle conseguenze. Se l'opposizione "incappucciata" cerca lo scontro fisico (azione simbolica di rivolta che però non sposta il potere), l'opposizione solare (come l'acquisto del terreno per la Peace Pagoda) pratica una resistenza che morde la realtà.

Mentre il simbolo si limita a suggerire che un altro mondo è possibile, l'azione concreta inizia a costruirlo pezzo dopo pezzo, rendendo quel cambiamento irreversibile. È il passaggio dal "dire" al "fare in modo che accada", che è l'unico modo per essere davvero "dalla parte giusta della Storia".

AZIONI CONCRETE PER "SENTIRSI DALLA PARTE GIUSTA DELLA STORIA"

L'azione simbolica, infatti, spesso soddisfa un bisogno psicologico, che potremmo focalizzare come il "sentirsi dalla parte giusta della Storia", fare parte dei "buoni" contro i "cattivi". Ma se vuole realmente provare questo sentimento è probabilmente meglio pensare che non si possa fare a meno di occuparsi della pistola nucleare che ognuno di noi ha puntata dietro la nuca, del genocidio programmato della deterrenza in cui siamo immersi e che può diventare umanicidio... Ci si può, insomma, sentire dalla parte giusta della Storia dandosi da fare perché la Storia continui sul serio: e questo impegno libera veramente il cuore...

Altra azione che cambia non solo simbolicamente ma praticamente la vita sociale della gente è l'obiezione di coscienza. Attuata in passato in Italia con 150 persone che hanno pagato con il carcere ha portato al riconoscimento del diritto soggettivo e all'istituzione del servizio civile. La funzione della difesa è stata sottratta al monopolio dell'apparato militare, la leva militare obbligatoria è stata sospesa. Sono conquiste che cambiano il quotidiano delle persone comuni e non sono date una volta per tutte. Bisogna lottare per ottenerle e lottare per mantenerle...

Il pensiero che resta sul simbolico è soprattutto per chi si vede in maturazione e crescita, il pensiero che si propone realistico è per i già adulti e responsabili. Può guardare alla utopia ma deve essere una utopia concreta. Si preoccupa in quanto si occupa e risolve. Non ti fa sentire solo dalla parte giusta sfogando l'io, ma aggiusta le cose producendo il "noi positivo".

Lavorare sul simbolico è più da adolescenti, lavorare sulla realtà effettuale è più da adulti. Non a caso l'adolescente tende all'estremismo; e Lenin, un politico fortemente realista nella sua intelligenza e capacità strategica, ha scritto un libro intitolato proprio: "L'estremismo, malattia infantile del comunismo".

Torniamo in modo più approfondito sul concetto che si è appena accennato. Un esperimento con la verità è la ricerca di un approccio sperabilmente e plausibilmente maturo e costruttivo alla vita e alla politica. Il pensiero fermo sul simbolico può essere importante per ispirare e motivare, ma il pensiero realistico è necessario per tradurre le idee in azioni concrete.

Puntare all'utopia concreta avendone una cognizione almeno di massima significa avere una visione di un futuro migliore, ma anche lavorare per renderlo possibile, passo dopo passo. Questo richiede sia responsabilità per prendere in mano le proprie azioni e decisioni; sia pragmatismo, per trovare soluzioni pratiche e fattibili; sia collaborazione per lavorare insieme al fine di raggiungere obiettivi comuni. Creare campagne organizzate in cui inserirsi per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo...

Dall "io" al "noi": ecco come il vero cambiamento può diventare fattibile. Bisogna sapere lavorare insieme ai livelli più ampi possibili per un bene comune, superando la tendenza delle persone a limitarsi sul proprio punto di vista o sul proprio gruppo. Un esempio di "noi positivo sono I movimenti sociali: i gruppi e le mobilitazioni che lottano per la pace intrecciata con la giustizia sociale e l'ecologia, come il movimento per la denuclearizzazione che i Disarmisti esigenti considerano al momento la priorità delle priorità.

SIMBOLI ADEGUATI E SIMBOLI FUORVIANTI

A proposito di simboli, forse non tutti sono "adeguati" rispetto ai fini proclamati: oggi di fronte ai bambini chi intende educare alla umanità globale, alla terrestrità, dovrebbe vergognarsi di innalzare qualsiasi bandiera nazionalistica se non temperata almeno con l'affiancamento di qualcosa che sia un riferimento al secondo comma dell'art 11 della costituzione: un ordinamento internazionale che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni. Quindi, di fatto, l'ONU, con tutte le sue contraddizioni, limiti ed ambiguità. E bisogna anche considerare se questa bandiera nazionale, per le forze che la rappresentano, non esprima putacaso un regime di oppressione teocratica e di disprezzo senza respiro per le donne.... Gandhi ci teneva a che l'India si rendesse degna di conquistare la sua indipendenza rinunciando alle caste e praticando la convivenza tra le religioni e le comunità culturali...

Siccome oggi il punto di riferimento per molti no-war non è Gandhi (il quale non risulta che rappresenti la cultura occidentale ma tutt'altro) ma dei tali protagonisti di resistenze armate che Che Guevara ripudierebbe, ecco che stiamo rischiando di allevare una alternativa non di persone libere ma di gruppi di violenti che, per forza di gravità logica, sfoceranno in un nuovo terrorismo. Già si vedono i sine baculos nei cortei che atteggiano le mani con il simbolo della P38 che andava di moda con il movimento del 77. Abbiamo visto la brutta fine che ha fatto quel movimento e a cosa sia servita politicamente tutta la disgraziata stagione degli anni di piombo, con i suoi aspetti tragici ed i suoi aspetti anche farseschi...

Il mezzo deve essere omogeneo al fine o no? E quindi anche la simbologia deve rendersi tale. Se vogliamo una società di "prima le persone prima l'umanità prima la Terra" dobbiamo cercare I simboli che esprimono questa alternativa. Se siamo dentro la cultura vecchia e mortifera dei nazionalismi che, in epoca atomica, condurranno alla fine di tutto il mondo non abbiamo altro da fare che sventolare bandiere nazionali di questa o quella tribù umana locale magari appiccicandoci sopra l'aggettivo libero...

Oggi si è liberi se ci si educa alla rinuncia del nazionalismo e del militarismo, i cancri della umanità e della Terra. E questo vale per l'Ovest come per l'Est, per il Nord come per il Sud. Se si nutre un senso di colpa per il colonialismo praticato dall'Occidente e dall'Europa in particolare, ecco i valori e la simbologia da praticare, sempre riferentisi a una dimensione universalistica o almeno internazionalistica ...

LA BANDIERA DI TUTTI GLI OPPRESSI? QUELLA DELL'ONU!

Il trip ideologico odierno sostiene che "siamo tutti palestinesi", "siamo tutti ucraini", "siamo tutti kurdi", "siamo tutti iraniani", "siamo tutti... chi più ne ha più ne metta!  Se c'è una bandiera che sventola a nome dell'oppressione dei popoli, dei senzaterra, dei senza diritti, e che non conosce e non ha mai conosciuto e non intende affermare alcun nazionalismo, questa sarebbe la bandiera palestinese, o ucraina, o kurda, o iraniana, o ... : ma è proprio così? Perché mai dovremmo considerare questa o quella bandiera nazionale l'eccezione che conferma la regola universalistica?

Perché questo popolo sta subendo il genocidio più crudele di tutta la Storia? Chiaro che no. I numeri lo dicono senza alcun dubbio che nulla può essere paragonato all'Olocausto durante la Seconda Guerra Mondiale.

Perché i palestinesi o i sudanesi o i vattelapesca stanno subendo il genocidio più devastante nel momento presente, anche se a bassa intensità, rispetto all'esempio storico più eclatante? E i 5 milioni di bambini che ogni anno muoiono per fame? Le stesse vittime dei soli test nucleari di anno in anno superano in numero i morti a Gaza, pur impressionanti. 

Perché questo popolo rappresenta una resistenza esemplare, un modello di liberazione, una speranza per tutta l'umanità? Diteci dove esiste questo paradiso dei lavoratori che andiamo subito a raggiungerlo! 

Dobbiamo tracciare una demarcazione chiara tra l'empatia per le vittime di una politica criminale e l'abbaglio ideologico post terzomondista. Anzi dovremmo considerare un dovere lo smascherare come una causa specifica (e drammatica) venga trasformata in un "simbolo universale" forzato, che rischia di oscurare altre tragedie e di avallare dinamiche politiche tutt'altro che liberatrici.

Ecco alcuni punti di riflessione per decostruire l'idea che la bandiera palestinese, o iraniana, o kurda, o ucraina, o sudanese, o congolese sia l'eccezione universalistica.

Il primo errore che si commette è la selezione ideologica. Quando si afferma, ad esempio, "siamo tutti palestinesi", si compie un'operazione di riduzionismo perché si stabilisce una gerarchia del dolore. Focalizzarsi solo su Gaza ignorando il Sudan, il Congo o le vittime silenziose dei test nucleari e della fame, crea una gerarchia delle vittime: questa è forse giustizia? Si va a finire che le vite ( e le morti) di alcuni contano di più delle vite di altri, e di gran lunga!

Il secondo errore è la rivalutazione del nazionalismo, per quanto mascherato. Ogni bandiera nazionale, per definizione, delimita un "noi" contrapposto a un "loro". Presentare la bandiera X, Y o Z come l'unica che "non conosce nazionalismo" è una contraddizione logica. La lotta per lo Stato, oppresso quanto si vuole, è, intrinsecamente, una lotta nazionalista.

Il terzo errore è arrivare, per senso di colpa anti-imperialista, anti-colonialista, anti-razzista, o quanto altro, a giustificare un modello oppressivo e di brutalità violenta, all'insegna del nemico del mio nemico è mio amico. La "resistenza" che ha fatto scientemente vittime innocenti e che ha sequestrato ostaggi civili cosa ci assicura che non commetterebbe nefandezze contro le nostre comunità più prossime, qualora ne intravedesse una sciagurata convenienza, magari solo per finalità di ricatto?

Se il fine è la liberazione umana e la pace, il mezzo non può essere il terrorismo o l'alleanza con teocrazie oppressive o con regimi militari corrotti o con aspiranti dittatori. Esporre come simbolo di liberazione una bandiera che, sotto la gestione di determinate forze politiche, rappresenta l'oppressione delle donne e dei dissidenti, significa cadere in un vicolo cieco etico.

Perché allora non siamo tutti, semplicemente, innanzitutto umani"? La proposta di temperare ogni simbolo nazionale con il riferimento all'Articolo 11 della Costituzione o alla bandiera dell'ONU (intesa come aspirazione a un ordinamento sovranazionale) è la vera risposta "solare". Non esiste un popolo che sia "più vittima" di altri in senso metafisico. Esistono vittime del militarismo e del nazionalismo ovunque. Invece di adottare la bandiera di una parte (che inevitabilmente divide), l'opposizione solare adotta simboli che uniscono l'umanità contro la guerra in quanto tale: la bandiera della pace, il tamburo dei monaci, o l'impegno concreto per il Trattato di proibizione nucleare, perché è il diritto internazionale quello che ci preme, il diritto delle persone, dell'umanità e della Terra.

IL RISCHIO DI UN NUOVO TERRORISMO (incompiuto e da rivedere, work in progress)

La storia non si ripete mai in modo identico, eppure le analogie esistono e non si possono ignorare. La guerra in Ucraina ha già falciato vite in numero spaventoso: siamo ormai vicini al milione di morti, mentre gli apparati nucleari crescono e si modernizzano fuori da ogni controllo. Invece di guardare a questo rischio centrale, alla realtà di una guerra mondiale che si ricompone pezzo dopo pezzo, ci ostiniamo a innalzare a simbolo universale conflitti periferici, spesso capiti male.

È il solito trip ideologico. Lo seguono i gruppi più accesi, imitando certi campus americani pieni di accademici in posa e di ragazzi benestanti che scambiano la rivolta contro i genitori per politica. Cosa avrebbe detto Pasolini di studenti che pagano rette da centomila dollari? La fine di queste esaltazioni è nota: in Italia serviranno solo a preparare un regime più autoritario, per quella strana legge per cui i fini producono l'opposto di ciò che si sperava.

Oggi c'è un movimento che, per fermare un massacro lontano, crede di poter bloccare tutto. Scegliendo lo scontro fisico, ha innescato una spirale di lotta e repressione che è sotto gli occhi di tutti. Lo sbocco sarà negativo. Si finisce per incaponirsi a rioccupare luoghi sgomberati — mentre bisognerebbe saper accettare i compromessi — o a invadere stazioni e strade, correndo come criceti impazziti dentro le "zone rosse".

Dovremmo fermarci a riflettere con calma. È davvero necessario seguire questa deriva di una minoranza esaltata che non parla più alla gente comune? Persino chi, a destra, prometteva di votare contro i fondi per l'inutile strage ucraina ha poi tradito la parola. Noi dobbiamo proporre un'altra strada: un'opposizione solare, non un'opposizione incappucciata. La prima cerca, con fatica, di stare tra il popolo, di capirne i bisogni reali; la seconda ci isola e, come nel caso delle Olimpiadi, fa il gioco di quelle lobby che a parole vorremmo combattere.

Bisogna avere il coraggio di stare con i desideri della gente. Guardiamo a Comiso: ha senso chiedere la chiusura dell'aeroporto per un ecologismo astratto, o non è più giusto difenderlo come vuole la stragrande maggioranza dei cittadini, impedendo però che torni a essere una base militare?

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