Giornalismo di pace con la non-notizia-sui-sionismi plurimi

IL GIORNALISMO PER LA PACE, L'IMPORTANZA DELLE NON NOTIZIE, IL LEGAME PROFONDO CON LA COMUNICAZIONE NONVIOLENTA.
UN ESEMPIO CHE SEGNALIAMO SU PRESSENZA
Il giornalismo di pace, nell'ottica dei Disarmisti Esigenti, ispirato dalle teorizzazioni di Johan Galtung, riprese in Italia, tra gli altri, da Giovanni Salio, non è una semplice cronaca dei fatti, ma un atto di resistenza intellettuale che applica la "nonviolenza poietica" al racconto della realtà. Se il giornalismo di guerra convenzionale tende a polarizzare, a disumanizzare l'avversario e a concentrarsi esclusivamente sulla vittoria militare, il giornalismo di pace opera una decostruzione sistematica della propaganda in tempo reale, cercando le radici del conflitto sotto la superficie degli eventi bellici.
La nonviolenza poietica
La "nonviolenza poietica" che, come concetto, abbiamo lanciato e approfondito al Festival di Comiso (luglio 2025), non è semplicemente "pragmatica", come teorizza Gene Sharp, perché mantiene un ancoraggio all'etica del non uccidere (rispetta la vita universale!) e alla strategia di fiondo del "trasformare i gruppi umani nemici in gruppi umani amici".
La lotta nonviolenta come "creazione" di realtà
La nonviolenza poietica, nel momento in cui promuove campagne specifiche, agisce su tre livelli, strategico, operativo e relazionale. A livello strategico, promuove passi di disarmo unilaterale, rompendo la catena della sfiducia reciproca tra i blocchi. A livello operativo, si manifesta nell'obiezione alla guerra, intesa come rifiuto attivo di collaborare con la macchina bellica, preferendo la costruzione di corpi civili di pace. A livello relazionale, utilizza la comunicazione nonviolenta per trasformare i conflitti in opportunità di incontro tra bisogni umani, agendo come "mediatori" e non come "parteggianti".
La decostruzione della propaganda attraverso i bisogni
Il cuore del metodo Rosenberg — l'identificazione dei bisogni umani universali — costituisce una base logica di questo nuovo modo di fare informazione. La propaganda di guerra lavora per nascondere i bisogni reali dietro strategie di dominio o etichette ideologiche; il giornalismo di pace, invece, riporta l'attenzione su ciò che è vivo in tutte le parti coinvolte. Quando una testata convenzionale parla di "interessi strategici" o "sicurezza nazionale", il giornalista di pace indaga quali bisogni di sussistenza, protezione o appartenenza siano stati negati o minacciati, rendendo visibile l'umanità comune che la guerra cerca di cancellare.
Dal binarismo alla complessità dei mediatori
La nonviolenza poietica applicata all'informazione rifiuta la logica del "campismo" che divide il mondo in buoni e cattivi. Mentre la propaganda spinge il pubblico a inquadrarsi in una delle due fazioni, il metodo Rosenberg suggerisce un approccio di mediazione: ascoltare "tutte le campane" non per dare spazio a falsi equilibri, ma per comprendere le ferite e le paure di ogni attore. Questo significa trattare il conflitto non come un gioco a somma zero dove qualcuno deve soccombere, ma come un problema complesso che richiede soluzioni creative capaci di soddisfare il maggior numero di bisogni possibile.
Il ruolo dei gruppi di affinità e dell'azione di base
Il giornalismo di pace non è riservato ai grandi network; si nutre del "risveglio" delle persone organizzate in gruppi di affinità. Questi nuclei di azione di base diventano produttori di contro-narrazione, diffondendo notizie, specialmente le "non notizie", che evidenziano i passi di disarmo unilaterale o le storie di obiezione alla guerra che i media mainstream ignorano. In questo senso, l'informazione diventa "poietica" perché crea attivamente una nuova realtà culturale, trasformando il lettore da spettatore passivo del massacro a soggetto consapevole dell'interdipendenza terrestre.
Che cosa è una "non notizia"?
Nella sua declinazione particolare del "giornalismo di pace", Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti, si presenta provocatoriamente come "antigiornalista". L' impegno che propone è molto più gravoso di quello che tocca ad un "giornalista" qualsiasi: occuparsi delle "non notizie", vale a dire della ricerca della verità oltre i fatti atomizzati (e valutati secondo i criteri della "novità", della "eccezionalità", della capacità di suscitare polemiche). Di ciò che è strutturale, e non effimero, di ciò che è collegato al tutto, e non preso a sé stante. Di ciò che dovrebbe interessare l'essere umano in quanto tale, nella sua complessità sociale, e non in quanto "singolo" categorizzato nelle stratificazioni sociali stabilite dal "sistema della potenza e del profitto".
Eros contro Thanatos nel racconto quotidiano
Decostruire la propaganda in tempo reale significa anche cambiare il linguaggio: sostituire i termini che evocano la distruzione (Thanatos) con parole che richiamano la cooperazione e la vita (Eros). Il giornalismo di pace mette in luce le iniziative di pace dal basso, le cooperazioni transfrontaliere e i tentativi di dialogo che sopravvivono nonostante le bombe. È una forma di obiezione alla guerra che non si limita a dire "no", ma costruisce attivamente l'orizzonte della terrestrità, dimostrando che la pace non è un'utopia lontana, ma una pratica comunicativa e politica possibile già nel presente.
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UN ARTICOLO CHE SEGNALIAMO COME ESEMPIO DI "GIORNALISMO DI PACE", PIENO DI "NON NOTIZIE" IMPORTANTI, RISPETTOSO DELLA COMUNICAZIONE NONVIOLENTA
Lo troviamo, scritto su PRESSENZA da Giuseppe Paschetto, un "politico" del M5S educatore alla nonviolenza, pubblicato il 18 dicembre 2025, con il titolo: "Verde, bianco, nero, rosso, bianco, azzurro, stelle e arcobaleni"
(Qui non discutiamo la pratica specifica di manifestare mettendo insieme le due bandiere, quella palestinese e quella israeliana. Le soluzioni per esprimere una volontà di promuovere il dialogo possono essere diverse. Ad esempio quello di non esporre nessuna bandiera limitandosi a simboli universali di pace)…
Buona lettura!
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Questo il testo dell'articolo
Prendo spunto da un episodio della local march per Gaza di tre giorni organizzata nel Biellese a ottobre dall'Istituto comprensivo di Valdilana e Pettinengo, dal CAI di Trivero e dal Comune di Valdilana con 500 alunni delle scuole.
Il 7 ottobre avevamo portato oltre alle bandiere palestinese e della pace anche quella israeliana e questo gesto non è stato capito dall'interezza del movimento pro Palestina locale. Il primo motivo che ci ha indotto a esporre quella bandiera è evidente, si trattava di commemorare la strage operata da Hamas esattamente due anni prima. Il secondo motivo è più articolato e ha a che fare in sintesi con la necessità di tenere separato il giudizio sul governo di Tel Aviv rispetto a quello sullo Stato e sul popolo israeliano. Premetto che il giudizio sul criminale di guerra Netanyahu e sul suo codazzo di ministri fascisti da Ben Gvir a Smotrich non può che essere pessimo.
I coloni gangster spadroneggiano con l beneplacito dell'esercito in Cisgiordania, la pace a Gaza è una farsa, l'esercito stesso rispecchia la sostanza violenta e prevaricatoria del governo di estrema destra. La minoranza parlamentare è ridotta ai minimi termini. La maggior parte della popolazione in questa contingenza storica sicuramente è allineata sulle posizioni governative. Insomma la situazione è fosca a più livelli. Ma nonostante questo la bandiera israeliana rappresenta quella parte sana di cittadini israeliani che vogliono la pace e che sia una pace giusta anche per il popolo palestinese. E loro sicuramente non si vergognano di sventolare la bandiera bianca e azzurra con la stella di David.
Una bandiera non rappresenta un governo o un regime ma uno Stato, la sua popolazione, la sua storia. Anche i partigiani italiani durante il fascismo avevano come emblema la bandiera italiana, anche se lo stesso tricolore era esibito dal regime fascista, ma erano i primi a rappresentare a buon diritto lo spirito del tricolore che veniva da lontano. Ovviamente non si può dire lo stesso di altre bandiere: quella con la svastica del terzo reich nasceva già come emblema di un regime criminale quindi meritava solo di finire nella discarica della storia alla fine del nazismo.
L'involuzione anche legislativa di Israele è avvenuta in varie tappe ma sicuramente una delle più significative e di cui avevo già parlato in un articolo di Pressenza risale al 2018 precisamente il 18 luglio di quell'anno, attraverso una legge approvata a stretta maggioranza alla Knesset che per la prima volta ha stabilito che Israele divenisse ufficialmente la "Casa del popolo ebraico". Decisione nefasta e di rilevanza storica perché da questo evento è nata una"basic law" aggiunta alle altre 11 leggi fondamentali di questo Stato senza costituzione. Con essa l'ebraico è divenuto "lingua di stato" assumendo una supremazia nei confronti dell'arabo che fino a 7 anni fa aveva pari dignità. E' stata chiaramente una legge discriminatoria contro cui ha protestato senza successo il 20% di popolazione arabo-israeliana. E l'ispiratore è sempre lui: quel Netanyahu che ha cercato così di anteporre l' "ebraicità" alla democraticità dello Stato, mentre fino al 2018 i due principi erano in un delicato equilibrio. Anzi 11 anni fa sempre lui aveva cercato di far passare una versione della legge ancora più reazionaria. Si può affermare quindi che 5 anni prima del 7 ottobre Israele aveva fatto un passo decisivo verso l'etnocrazia.
Israele è evidente che negli ultimi anni ha deragliato per molti aspetti dai binari della democrazia, si è incanalato nel solco dell'estrema destra che sta caratterizzando purtroppo molti Stati del mondo, Italia compresa. Le ragioni sono tante e complesse e sicuramente non indagabili in modo completo nello spazio di un articolo. Ma alcune considerazioni si possono fare.
C'è innanzitutto uno spartiacque che divide i movimenti e le forze politiche pro Palestina. Da una parte chi considera il sionismo e quindi l'esistenza stessa dello Stato d'Israele come il "peccato originale" da sanare solo attraverso la totale restituzione del territorio a un nascente Stato Palestinese, dall'altra chi ritiene invece che lo Stato d'Israele abbia una legittimazione storica e politica e che quindi anche il sionismo non abbia necessariamente una connotazione negativa.
Forse è il caso di parlare allora non di sionismo ma di più sionismi, con caratteri tra loro anche molto diversi, fino a considerare il termine sionismo come uno strumento che un po' come il coltello può essere usato per sbucciare una mela oppure per piantarlo nel ventre al prossimo. Accettato che obiettivo comune dei sionismi è dare un territorio nella loro patria ancestrale, caratterizzato da una forma Stato, alle comunità ebraiche disperse per il mondo e accomunate non solo da elementi religiosi ma anche culturali (e a volte solo culturali per la parte laica della diaspora ebraica) entrano in gioco notevoli differenze certificate dalla complessa vicenda degli olim, ovvero gli immigrati provenienti da ogni parte del mondo. Si va dal sionismo dei kibbutz con marcati tratti socialisti a quello liberale, da quello con tratti messianici a quello spiccatamente nazionalista. Esiste sionismo della pacifica convivenza con i non ebrei e con gli arabi musulmani e quello opposto, infame, che mira alla cacciata dei palestinesi dall'intero territorio. E quest'ultima versione è purtroppo oggi quella prevalente con l'obiettivo della grande Israele estesa dal fiume al mare che si è affermato con tratti drammatici nei tempi atroci che stiamo vivendo. Ma dichiararsi antisionisti e quindi negare la legittimità del percorso storico e politico che ha portato alla nascita di Israele significa fare un passo deciso verso l'antisemitismo tout court.
La speranza che le minoritarie forze pacifiste e per il dialogo con i palestinesi possano tornare a crescere e a imporsi non deve essere persa. E' l'unica prospettiva che abbiamo da contrapporre alla continuazione infinita della guerra e della strage di innocenti oltre alla sequela di attentati agli ebrei in tutto il mondo inaugurata con la mattanza di Sidney.
Sono andato a Gerusalemme a fine dicembre 1989 per partecipare alla grande manifestazione internazionale "Time for peace" dell'associazione israeliana "Peace Now" fondata nel 1977. Era primo ministro Shamir del Likud la formazione di destra che da 15 anni aveva preso le redini del governo di Tel Aviv. Il clima era quello della prima intifada iniziata da due anni, nel 1987. A Time for peace partecipavano parlamentari italiani e di vari altri Paesi europei e c'erano persino rappresentanti dell'URSS. Io facevo parte, come assessore alla pace del Comune biellese di Cossato, della delegazione di amministratori locali dei Comuni per la Pace coordinati da Flavio Lotti di Perugia. Il 30 dicembre era in programma una grande simbolica catena umana attorno alle mura della città vecchia, un simbolico atto che spronava a trovare un accordo per una pace giusta con i palestinesi, presenti in gran quantità e con tantissime donne. Senza alcun motivo la polizia e i soldati a cavallo, tra la porta di Damasco e quella di Erode, avevano iniziato a caricare. Gli idranti sparavano acqua tinta di verde, i poliziotti colpivano a caso con i manganelli di legno che fanno ben più male di quelli di plastica, venivano esplosi non solo lacrimogeni ma anche gas asfissianti, mentre diversi soldati pensavano bene anche di sparare ai manifestanti pacifici. Tondi proiettili gialli di gomma che però hanno un'anima di acciaio e possono anche uccidere se colpiscono zone vitali. Un gruppo veniva poi inseguito fino all'hotel e gli idranti rivolti verso le vetrate ne facevano esplodere una facendo perdere un occhio a un'insegnante di Napoli.
Il giorno dopo ero a Neve Shalom – Wahat as Salam il villaggio della pace nato dall'intuito di Bruno Hussar dove convivevano in pace ebrei, cristiani e musulmani. Con Neve Shalom simbolicamente equidistante da Tel Aviv, Gerusalemme e Ramallah, avrei promosso un gemellaggio di pace con Cossato. Da quel mio viaggio in cui avevo visto le case palestinesi distrutte dai bulldozer di Tel Aviv e avevo piantato ulivi in Cisgiordania insieme a palestinesi e pacifisti israeliani, avevo maturato la consapevolezza che solo ricacciando l'odio e il desiderio di sopraffazione di vendetta, solo imboccando la via della nonviolenza ci potesse essere pace e giustizia per tutti. E che al tempo stesso la solidarietà e cooperazione internazionale come quella che potevano mettere in atto dal basso i Comuni con azioni di gemellaggio avevano la potenzialità di essere uno strumento in più. Quando due anni dopo a Cossato il gemellaggio era stato ufficializzato con la partecipazione del console d'Israele a Milano, in Medio Oriente si stava affacciando la speranza riposta in una trattativa che avrebbe poi trovato il sigillo negli accordi di Oslo.
Speranza che per l'ennesima volta sarebbe stata delusa. Il console era stato profetico ammonendo che la pace che pareva in quel tempo vicina sarebbe stata sgradita agli estremisti di entrambe le parti. Con Netanyahu e Hamas gli estremisti si sono in effetti imposti. Ma nella società israeliana rimane nonostante tutto, nonostante la crisi dei laburisti, nonostante l'attuale arroganza dell'estrema destra la speranza che la minoranza che caparbiamente continua a lavorare per la pace favorisca la rinascita democratica del Paese. E' lo stesso che è successo in Italia quando negli anni trenta gli antifascisti erano minoranza. E' l'unica prospettiva: non accadrà mai che Israele cacci i palestinesi imponendosi "dal fiume al mare". Né dal fiume al mare esisterà uno Stato Palestinese che si imponga dopo aver "liberato" la Palestina da Israele. Esistono all'orizzonte solo il negoziato, la trattativa, il compromesso, la convivenza pacifica. La prospettiva è quella che individualmente a piccoli gruppi hanno cominciato faticosamente a costruire i "combattenti per la pace" di entrambe le parti, esperienza raccontata nel bel libro dal titolo omonimo curato da Daniela Bezzi. La prospettiva geo-politica dei due popoli e due Stati poteva avere senso un tempo. Ora non ci sono più le condizioni anche se, spesso ipocritamente, molti Paesi continuano a ripeterlo come un mantra ma senza tenere conto di una situazione che vede l'ipotetica patria palestinese divisa tra due territori non comunicanti con una striscia di Gaza distrutta e per la quale occorreranno decenni di ricostruzione e la Cisgiordania che oramai conta centinaia di migliaia di coloni israeliani e vere e proprie cittadine con decine di migliaia di abitanti.
L'unica via d'uscita non può essere allora che una creativa Confederazione dei due popoli su uno stesso territorio, una sorte di Stati Uniti di Israele e Palestina in cui ricominciare da capo, curando le ferite e garantendo con una Costituzione condivisa parità di diritti e doveri a tutti i suoi cittadini. E' un territorio grande abbastanza per poter ospitare in pace e giustizia tutti i suoi figli. E allora tornando alla questione iniziale, questi sono i motivi per cui accanto al vessillo verde, bianco, nero e rosso ha senso sventolare anche il bianco, l'azzurro, la stella e l'arcobaleno della pace.