Giornata ONU pro Palestina: digiunare per organizzare

22 novembre - digiuno per la Palestina dedicato a Barghouti
All'inizio della settimana che porta alla Giornata ONU di solidarietà con la Palestina (29 novembre), si propone un gesto semplice e forte: rinunciare a un pasto e donarne il valore per sostenere la popolazione palestinese.
👉 L'iniziativa è dedicata a Marwan Barghouti, il "Mandela palestinese", detenuto da 23 anni.
👉 Hanno già aderito numerose associazioni: possono unirsi collettivi, coordinamenti e gruppi.
Il digiuno è un atto nonviolento, ma richiama anche la necessità di una vera rifondazione della nonviolenza: non basta opporsi, occorre costruire ponti nei conflitti, mettere al centro la vita e i diritti universali, rifiutando la logica del nemico.
Un gesto personale che diventa solidarietà concreta e impegno collettivo.
Noi, disarmisti esigenti, nella logica dei "due popoli, due Stati", partecipiamo con una nostra impostazione specifica. Sottolineiamo due punti politici proposti, nella stessa logica, dal Patriarca cattolico di Gerusalemme: 1) il ritiro dell'esercito israeliano dalla Striscia; 2) il disarmo di Hamas.
L'iniziativa del digiuno dedicata a Marwan Barghouti offre un'eccellente opportunità per promuovere la proposta innovativa di "Ambasciata di Pace" con due uffici, a Tel Aviv e Ramallah.
Una scadenza che può indicare un terreno di lavoro concreto dell'Ambasciata sono le elezioni politiche che nel 2026 dovrebbero chiamare alle urne sia gli israeliani che i palestinesi. In questo modo, l'adesione al digiuno si trasforma da semplice atto di solidarietà in utilizzazione politica della figura di Barghouti come leva per un cambiamento istituzionale orientato alla pace.
Info: alfiononuke@gmail.com ---- cell. 340/0736871
Sottoscrivi l'impegno per la liberazione di Barghouti partner di pace su: https://www.petizioni24.com/barghouti_libero
Il 22 novembre si terrà una "giornata nazionale di digiuno", proposta come gesto nonviolento, in apertura della settimana che conduce alla "Giornata Mondiale di solidarietà con la Palestina" indetta dall'ONU per il 29 novembre.
Questa ricorrenza internazionale, giunta alla sua "48ª edizione" dopo l'avvio nel 1977 con la Risoluzione 32/40B, sarà dedicata a Marwan Barghouti, spesso definito il "Mandela palestinese", detenuto da 23 anni nelle carceri israeliane. L'iniziativa invita a devolvere il costo di un pasto a favore di una raccolta fondi per la Palestina. Numerose associazioni hanno già aderito, e l'appello è aperto anche a collettivi, coordinamenti e gruppi interessati a partecipare.
Il testo dell'appello al digiuno, pur significativo, mette in luce — a nostro avviso — i limiti di un'impostazione che conferma l'urgenza di una "rifondazione nonviolenta". Per chiarire che non si tratta di un discorso astratto, proponiamo di confrontare tale appello con le posizioni espresse dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca cattolico di Gerusalemme, riportate in questa stessa pagina.
Diversamente dai promotori del digiuno, Pizzaballa non respinge in modo assoluto la tregua proposta dagli Stati Uniti. Egli auspica che il piano americano, pur imperfetto, possa aprire prospettive più chiare e offrire sollievo alla popolazione di Gaza, nella cornice del principio "due popoli, due Stati". Il patriarca riconosce la validità della "fase 1" e sottolinea l'importanza di avviare la "fase 2": un percorso difficile, poiché Hamas non intende deporre le armi e Israele non appare disposto a ritirarsi dalla Striscia. Tuttavia, insiste sulla necessità di proseguire, ringraziando Dio per la fine dei bombardamenti indiscriminati e indicando come prossimo passo la "ricostruzione", che richiederà anche una nuova governance.
Nell'intervista concessa alla Radio Vaticana, Pizzaballa offre spunti preziosi sul piano umanitario e sul dialogo interreligioso. Sul piano politico, individua due punti, insieme ad altri, che un intervento nonviolento dovrebbe sempre assumere come riferimento esplicito:
1. La richiesta del "disarmo di Hamas"
2. Il "ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza"
La piattaforma del digiuno, invece, non richiama la "speranza" che il piano USA potrebbe suscitare, probabilmente perché la sua idea di "nonviolenza" non integra il principio che i diritti delle persone e dell'Umanità precedono quelli dei popoli e degli Stati.
Ignorando la regola che non si tratta di vincere ma di convincere — trasformando gruppi nemici in comunità amiche — la proposta politica omette di affrontare la questione di Hamas, forse per una visione unilaterale e schematica del conflitto. La resistenza palestinese, infatti, è intrecciata con dinamiche arabe e iraniane e non può essere ridotta alla semplice immagine di Davide contro Golia.
La "nonviolenza" evocata dall'appello appare dunque solo tecnica, priva di radicamento nel valore universale della vita, che precede il diritto degli Stati, e nella strategia che rifiuta la logica del nemico.
L'adesione dei Disarmisti esigenti all'iniziativa del digiuno del 22 novembre, pur con le riserve espresse riguardo l'impostazione dell'appello, può essere utile per le ragioni che ora andiamo ad esporre.
Visibilità e dialogo
L'iniziativa del digiuno si svolge in un contesto di nonviolenza dichiarata e solidarietà internazionale, in linea con i principi di base dei Disarmisti esigenti.
Piattaforma comune: aderire significa collocarsi all'interno di un movimento ampio e plurale che coinvolge "numerose associazioni, collettivi, coordinamenti e gruppi". Questo offre l'opportunità di non rimanere isolati.
Massimizzazione della visibilità: la partecipazione a un evento nazionale e collegato all'ONU (Giornata Mondiale di solidarietà con la Palestina) garantisce una maggiore attenzione mediatica e pubblica al tema.
Solidarietà umanitaria: l'iniziativa ha un forte connotato umanitario (raccolta fondi e focus sui detenuti), che permette ai Disarmisti di esprimere la propria sensibilità e vicinanza alle vittime civili senza essere immediatamente intrappolati nel dibattito puramente politico.
Canali per la "rifondazione nonviolenta"
L'adesione non impedisce, ma anzi, fornisce una tribuna per veicolare le tesi sulla "rifondazione nonviolenta" e sull'importanza di un approccio più evoluto.
Critica costruttiva: partecipando, i Disarmisti possono utilizzare la loro presenza per lanciare una critica interna e costruttiva all'impostazione "tecnica" della nonviolenza dell'appello, proponendo i loro princìpi:
Valore della vita universale: ribadire che i diritti delle persone e dell'Umanità vengono prima del diritto dei popoli e degli Stati.
Rifiuto della logica del nemico: utilizzare l'evento per sottolineare l'importanza di "trasformare gruppi umani nemici in gruppi amici" (convincere, non vincere).
Inclusione delle tesi di Pizzaballa: L'adesione offre lo spazio per integrare e promuovere i punti chiave del Cardinale Pizzaballa, che l'appello omette:
Richiesta esplicita del disarmo di Hamas (per una visione non unilaterale del conflitto).
Sostegno al ritiro di Israele dalla Striscia.
Approccio di collaborazione costruttiva anche con iniziative imperfette (come il piano USA), piuttosto che una contrapposizione assoluta.
Obiettivo strategico disarmista
L'adesione si spera rafforzi la credibilità per la richiesta di un disarmo completo, a partire dalla denuclearizzazione del Medio Oriente
Equilibrio e credibilità: aderire a un'iniziativa solidale con la Palestina, e contemporaneamente insistere sul disarmo di Hamas, dimostra un approccio equilibrato e non fazioso. Questo rafforza la credibilità dei Disarmisti come mediatori etici che perseguono la sicurezza di tutti.
Coerenza con la linea politica: l'obiettivo finale dei Disarmisti è una smilitarizzazione completa del Medio Oriente, a partire dalla denuclearizzazione. Partecipando, possono incanalare l'energia di solidarietà verso l'esigenza di una soluzione politica e militare che preveda il disarmo come prerequisito di pace (come proposto da Pizzaballa con il primo passo del disarmo di Hamas e il ritiro di Israele).
Aderire all'iniziativa consente, in sostanza, ai Disarmisti esigenti di influenzare la narrazione da una posizione interna, utilizzando la visibilità dell'evento per elevare il dibattito sulla nonviolenza da una mera "tattica" a una strategia valoriale e complessa che include le responsabilità di tutti gli attori.
L'ambasciata di pace per liberare Marwan Barghouti
L'iniziativa del digiuno dedicata a Marwan Barghouti offre un collegamento strategico diretto e un'eccellente opportunità per promuovere la proposta innovativa di "Ambasciata di Pace" con due uffici, a Tel Aviv e Ramallah.
Barghouti al momento sembra l'unico leader popolare, convinto dei "due popoli, due Stati", in grado di unire le divisioni politiche interne palestinesi e, in passato, è stato visto anche da figure di alto livello israeliane (come l'ex direttore del Mossad, Efraim Halevy) come una chiave per la soluzione.
La sua liberazione è spesso citata come un pre-requisito cruciale per un futuro governo di unità nazionale e per l'avanzamento di negoziati di pace significativi. Chiedere la sua libertà è quindi un modo per esigere una svolta politica radicale, che va oltre la semplice tregua.
La proposta dell'Ambasciata di Pace con uffici a Tel Aviv e Ramallah può essere presentata come lo strumento operativo nonviolento per gestire la transizione post-liberazione di Barghouti e per implementare la strategia del dialogo israelo palestinese.
Una scadenza che può indicare un terreno di lavoro concreto sono le elezioni politiche che nel 2026 dovrebbero chiamare alle urne sia gli israeliani che i palestinesi. In questo modo, l'adesione al digiuno si trasforma da semplice atto di solidarietà in una proposta politica concreta e innovativa, che utilizza la figura di Barghouti come leva per un cambiamento istituzionale orientato alla pace.
Info: alfiononuke@gmail.com ---- cell. 340/0736871
Sottoscrivi l'impegno per la liberazione di Barghouti partner di pace su: https://www.petizioni24.com/barghouti_libero
Giornata nazionale di digiuno per Gaza
A Gaza non c'è pace e non è rispettato dall'esercito israeliano neanche il fragile cessate-il-fuoco. Non solo, ma la popolazione palestinese soffre la fame e, adesso, anche il freddo. Israele ha vietato l'ingresso nella Striscia dei camion con coperte e tende.
Quella palestinese non è soltanto una questione umanitaria, ma politica. È necessario un impegno di tutti e tutte per l'affermazione e l'applicazione del diritto e la legalità internazionale. Con il nostro digiuno individuale e collettivo vogliamo aprire un varco per il disarmo, il dialogo e la ricerca di spazi comuni, contro ogni prevaricazione, odio, discriminazione o sopraffazione.
Per tali motivi, gli organizzatori hanno inteso dedicare la giornata del 22 novembre alla figura del Mandela palestinese, Marwan Barghouti, da 23 anni in carcere in Israele.
In tale appuntamento del 22 novembre ci sarà nel pomeriggio, dalle 17:00 alle 20:00, un incontro online, aperto a tutti e tutte, con la partecipazione di esponenti palestinesi della società civile di Ramallah, Gaza e Gerusalemme est (Con traduzione consecutiva).
Si propone ai digiunatori di devolvere il valore di un pasto alla campagna di raccolta fondi a favore di realtà della società civile palestinese, che operano nei settori dell'assistenza sanitaria, contro la fame e povertà e per la difesa nonviolenta delle terre dei contadini palestinesi. È una misura volontaria, ma raccomandabile, per dare concretezza al nostro agire solidale. Seguirà un comunicato specifico, con tutti i dettagli
Le organizzazioni e i comitati territoriali firmatari che convocano la giornata nazionale di digiuno in solidarietà con la popolazione di Gaza e per l'affermazione dei diritti nazionali del popolo di Palestina si impegnano di proseguire, nei giorni e mesi futuri, le mobilitazioni con tutti i metodi di lotta nonviolenta, dal digiuno, al boicottaggio, fino alla realizzazione di una pace giusta e duratura per tutti i popoli della regione.
Invitiamo tutte le realtà impegnate sul tema della Pace, della solidarietà internazionale e per l'educazione alla non violenza di aderire, scrivendo a: anbamedaps@gmail.com
Il cardinale Pizzaballa: per raggiungere la pace va ascoltato il dolore degli altri - Vatican News
Il patriarca di Gerusalemme dei latini, ai media vaticani, parla della speranza che il piano Usa si esprima in soluzioni che portino a "prospettive più chiare" e a dare sollievo alla popolazione palestinese di Gaza. Esprime il suo dolore per i continui episodi di violenza perpetrati dai coloni, anche a danno dei cristiani, invita i pellegrini a tornare in Terra Santa e auspica la ripresa del dialogo tra i leader religiosi per ritrovarsi, ebrei, musulmani e cristiani, "l'uno nell'altro"
Andrea Tornielli e Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano
A Gaza, anche nelle ultime ore sotto i bombardamenti israeliani, è importante che si proceda verso la fase 2 del piano degli Stati Uniti, che porti a un processo politico per il raggiungimento della soluzione a due Stati. Le Nazioni Unite, dopo l'adozione della risoluzione da parte del Consiglio di Sicurezza, si impegnano ad andare avanti e a "tradurre lo slancio diplomatico in misure concrete e urgenti sul campo". Una concretezza che dovrà passare per una serie di passi che, è la speranza di molti, possano davvero significare un passaggio fondamentale per i palestinesi stremati dalla guerra, devastati dalla distruzione. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, ospite dei media vaticani, sollecita la comunità internazionale ad avere il "coraggio" di imporre soluzione per portare sollievo ad un popolo in ginocchio dopo due anni di bombardamenti e che ora subisce le ripercussioni dell'inverno.
Eminenza, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l'astensione di Russia e Cina, ha votato il piano di pace per Gaza proposto dal presidente americano Trump. Il governo dello Stato di Palestina approva il piano, mentre Hamas dice che non intende disarmare a quelle condizioni. Come giudica la decisione dell'ONU e come vede la situazione al momento? Ci sono speranze?
La decisione dell'ONU non cambia nulla nel territorio, però è un riconoscimento della comunità internazionale, è un piano che, come tutti i piani, non potrà mai essere perfetto, però è quello che c'è ed è l'unico che in questo momento ha fermato l'espandersi della guerra e che può dare un minimo di prospettive alla popolazione palestinese e non solo. Per cui diciamo che il voto dell'ONU è una sorta di consacrazione generale della comunità internazionale che, seppur se non cambia nulla, comunque è importante dal punto di vista ideale e anche politico generale. Per quanto riguarda poi la vita nel territorio e l'implementazione concreta, abbiamo saputo fin dal principio che sarebbe stato molto difficile, e che sarà ancora molto difficile, vedere realizzati i vari punti del piano di Trump. Sappiamo che Hamas non ha alcuna intenzione di consegnare le armi. Penso che anche Israele non abbia tanta voglia di ritirarsi totalmente dalla Striscia. Diciamo che le due parti sono quelle che hanno dovuto accettare questo piano, ma hanno, come dire, serie difficoltà. Bisogna insistere. Gli Stati Uniti sono gli unici che, con i Paesi arabi e la Turchia, possono riuscire a imporsi, perché in questo momento la buona volontà non è sufficiente. Bisogna avere anche il coraggio di imporre politicamente delle soluzioni che portino poco alla volta a delle prospettive più chiare. Ma ci vorrà molto tempo e sarà molto faticoso.
Gaza negli ultimi tempi sembra essere uscita dall'attenzione dei media. Però dalla Striscia continuano ad arrivare notizie molto gravi e allarmanti sulla sofferenza della popolazione, anche a causa del maltempo, della pioggia e del fango, e questo lo ha testimoniato anche il parroco, padre Gabriel Romanelli. Qual è la situazione? Gli aiuti possono entrare? Cosa si può fare concretamente per aiutare i palestinesi?
La situazione non è cambiata molto dal punto di vista della vita ordinaria. L'unica cosa che è cambiata, e di cui ringraziamo Dio e quelli che hanno potuto ottenerlo, è la fine dei bombardamenti a tappeto. Gli aiuti entrano più di prima, questo sicuramente in maniera più stabile, ma sicuramente non in misura sufficiente rispetto ai bisogni, medicine, ospedali, le tende, le coperte, con l'arrivo dell'inverno e delle piogge. C'è bisogno di acqua, sia ben chiaro, però a Gaza acqua significa fango dentro una situazione già problematica. Diciamo che nella vita ordinaria non è cambiato nulla, le scuole non ci sono e gli ospedali funzionano parzialmente, è ancora tutto da ricostruire. Siamo ancora nella prima fase dei punti e le prossime fasi saranno: pulire dalle macerie; seppellire i morti che sono sotto le macerie; avere un minimo di programmazione per la ricostruzione, che richiederà anche una governance che non c'è e non si saprà chi sarà. È tutto ancora da fare, e mentre si discute all'ONU e altrove, la gente resta nelle condizioni di sempre, che sono ahimè, drammatiche.
Anche dalla Cisgiordania arrivano notizie allarmanti, purtroppo per le continue violenze dei coloni che hanno bruciato moschee, assaltato villaggi, impedito la raccolta delle olive ai palestinesi di quella parte dello Stato di Palestina. Anche se sembra che ci sia un minimo ridestarsi di una coscienza sulla inaccettabilità di questi fatti anche in Israele, però mancano prese di posizione forti a livello internazionale per fermare questa deriva che rende oggettivamente impraticabile per il futuro, qualsiasi ipotesi di Stato palestinese che abbia un minimo di continuità territoriale. Cosa può dirci della situazione di questa parte della Palestina? Che cosa potrebbe o dovrebbe fare secondo lei, la comunità internazionale? E anche che cosa possiamo fare noi?
La situazione nei Territori si sta aggravando ogni giorno, sempre di più. Ho le foto dell'aggressione che sono avvenute per l'ennesima volta proprio nel nostro villaggio cristiano di Taybeh, con case e macchine assaltate, vetri rotti, penumatici forati. Quello che è accaduto questa notte a Taybeh, che è grave, succede quotidianamente in tanti altri villaggi della Palestina. Ho ricevuto anche pochi giorni fa dal villaggio di Aboud, che è un villaggio abbastanza isolato, una richiesta di aiuto e non solo dalla nostra parrocchia ma da tutta la comunità, dal sindaco e così via, perché non sanno a chi rivolgersi. Questo senso di impotenza aumenta ancora di più su tutti il peso di questa situazione, perché sembra veramente che non ci sia nessuno a cui appellarsi, a cui chiedere giustizia. È vero che recentemente ci sono stati gli scontri anche tra i coloni e l'esercito che cercava di ripristinare un po' di ordine, ma sono episodi rari questi, il più delle volte si deve assistere alla mancanza totale di rispetto della legge, di un minimo di legge e di rispetto dei diritti umani. La nostra preoccupazione è che questa situazione continui e si aggravi. Cosa può fare la comunità internazionale? Deve parlare! Come si è parlato molto di Gaza, giustamente, e adesso ahimè se ne parla di meno, bisogna parlare anche di quella situazione dei Territori. Molti Paesi hanno riconosciuto, anche ultimamente, la Palestina come Stato, in maniera simbolica perché ancora non c'è, ora però bisogna alzare l'attenzione e dire che non basta riconoscere, bisogna anche dire quali sono le condizioni e cosa si deve fare. Non si può parlare di un processo politico se poi ci sono continuamente queste aggressioni e queste difficoltà. Lo dico con molto dolore, perché non mi piace sempre denunciare e parlare contro, però è la verità e non posso tacere su questo.
Eminenza, lei recentemente ha lanciato un appello affinché riprendano i pellegrinaggi in Terra Santa che ancora oggi sono fermi, con tutte le gravi ricadute che ci sono sull'economia palestinese, in particolare anche per la situazione dei cristiani. Che cosa si può dire a questo riguardo? Si può ripetere questo invito a tornare ad essere pellegrini nei luoghi dove Gesù ha vissuto, è morto ed è risorto?
Assolutamente! È vero che noi parliamo di Gaza, parliamo di Cisgiordania, però è anche vero che sono situazioni che sempre sono fuori dal giro ordinario dei pellegrini. La zona di Betlemme, che è importante per i pellegrini, ha bisogno della loro presenza, il pellegrinaggio ora è sicuro, con il cessate il fuoco sono finiti non solo i bombardamenti a Gaza, ma anche gli attacchi missilistici dallo Yemen, diciamo che gli allarmi non ci sono più, per cui il pellegrinaggio ora può essere sicuro. Quei pochi pellegrini che sono venuti l'hanno potuto constatare. Io lo ripeto: la Chiesa universale è stata molto vicina a noi in questi anni con la preghiera, con tante forme di solidarietà anche concreta. Ora bisogna iniziare una nuova fase, dove l'aiuto concreto è testimoniato anche dalla presenza fisica concreta che, oltre a essere un beneficio per chi ha il dono, ha la possibilità, di avere il pellegrinaggio, porta anche il sorriso in tante famiglie che hanno bisogno non solo di aiuto economico, ma anche di vedere la presenza dei loro fratelli e sorelle cristiani in Terra Santa. Siamo nell'anno giubilare che ormai sta finendo, c'era molta speranza che in questo anno potesse esserci uno sguardo non solo su Roma, ma anche su Gerusalemme. Sono due città legate l'una all'altra e non possiamo aspettare il prossimo Giubileo, quindi bisogna riprendere il santo viaggio e ritornare ad affondare il nostro sguardo sulle nostre radici di fede, che sono anche una forma di solidarietà e di fratellanza cristiana.
Abbiamo ancora negli occhi le terribili immagini degli ostaggi di Hamas sotto i tunnel. Però abbiamo anche notizie, proprio di questi giorni, di altre situazioni, quelle senza immagini, che ci dicono che dal 7 ottobre ad oggi, nelle carceri israeliane, sono morti 98 detenuti palestinesi - ci sono denunce per violazione dei diritti umani – il che vuol dire un morto ogni quattro giorni, praticamente. Come commenta questi dati?
Sono dati allarmanti. Diversi giornali, anche in Terra Santa, in Israele, ne hanno parlato, anche altri media, pochi a dire il vero, lo hanno fatto. Diciamo che, in generale, il clima di violenza si respira ovunque, nel modo di pensare. Tante volte ho detto che siamo stati invasi da tanto odio, che poi l'odio non è soltanto un sentimento, diventa anche azione, un modo di relazionarsi con l'altro. Il senso di odio, di vendetta, di rancore, si esprime anche in queste forme. Io non ho una documentazione precisa, quindi mi baso su quello che è stato detto, ma è vero che ci sono tantissimi che sono morti nelle carceri, e comunque diciamo che non sono carceri svedesi.
Eminenza, recentemente intervenendo ad un convegno, lei ha sottolineato che purtroppo in questi due anni di guerra spesso i leader religiosi hanno lanciato dei messaggi uguali, se non simili, a quelli dei leader politici, mettendo di fatto in crisi anche il dialogo interreligioso. Qual è il ruolo delle religioni o quale dovrebbe essere in questo contesto?
Sì, l'ho detto diverse volte e lo ripeto ancora una volta con un po' di sofferenza e di dolore. Il dialogo interreligioso deve riprendere, perché fa parte anche della nostra identità religiosa, nessuna religione è un'isola. Per cui abbiamo bisogno di riprenderlo e di dare questa testimonianza come leader religiosi, anche come comunità religiose, l'uno nei confronti dell'altro, soprattutto in Medio Oriente, dove la religione ha un ruolo identitario e comunitario fondamentale, nella vita civile, nella vita sociale e anche nella vita politica. Ed è un fatto che, con poche eccezioni, la gran parte dei leader religiosi locali non ha detto nulla, e al momento di parlare parlava ai suoi esclusivamente di sé e della propria prospettiva, senza nessuno sguardo sull'altro. E se c'era uno sguardo sull'altro era uno sguardo negativo, di difesa o di accusa. Ecco, tutto questo è preoccupante. Dobbiamo uscire da questo circolo vizioso, e non mi riferisco solo ad ebrei e musulmani, ci siamo dentro anche noi, non dobbiamo fare i bravi e i buoni rispetto agli altri. Dopo il 7 ottobre abbiamo bisogno di riprendere il dialogo, tenendo però presente non solo quello che ci siamo detti nel passato, ma anche quello che non ci siamo detti in questi due anni e perché, per ripartire anche dal cercare di ascoltare. Una cosa che ho detto diverse volte, e che è molto faticosa, è che non si deve partire dalle analisi, ma che occorre ascoltare l'uno il dolore dell'altro, perché credo che tutti siano veramente affaticati, colpiti dal loro dolore. E però preoccupa anche la difficoltà o l'impossibilità a vedere il dolore degli altri. Il vittimismo è uno dei problemi che abbiamo, ciascuno si sente l'unica e sola vittima e l'altro il carnefice. Invece dobbiamo uscire da questa prospettiva. È l'impegno che ci dobbiamo prendere. Le cose non cambiano da sole cambiano se qualcuno apre la strada. Ecco, dobbiamo aprire, riaprire, questa strada. Sarà faticoso, ma dobbiamo farlo, il compito del leader religiosi è proprio questo. Non puoi guardare a Dio e negare l'altro però l'abbiamo fatto.
Don Tonino Bello diceva che la guerra inizia con la dissolvenza del volto dell'altro. Forse potremmo dire che la pace inizia ascoltando il dolore dell'altro…
Assolutamente. Se tu riconosci l'altro, riconosci anche te stesso. Se neghi l'altro, neghi anche te stesso. Se si dissolve il volto dell'altro, alla fine dissolvi anche te stesso. Allora, dobbiamo guardare tutti a Dio e ritrovarci l'uno nell'altro.