Il consenso alle guerre dei popoli è di regola minoritario (ma vallo a spiegare innanzitutto ai "nonviolenti" per i quali il gandhismo è colonialismo!)

13.11.2025

Premessa. I NONVIOLENTI TRA VIRGOLETTE. Sono quelli che nutrono sensi di colpa nel condannare una "resistenza" dalle radici fondamentaliste. (Una guerriglia per giunta nemmeno esistente quale realtà indipendente, unitaria ed operativa). Sono i "nonviolenti" che si sentirebbero colpiti dall'accusa di "colonialismo" se osassero provarsi a condannare modalità di lotta armata sicuramente terroristiche (perché violano il diritto internazionale umanitario). Gandhi non era colonialista, Hamas con il suo fanatismo da fondamentalismo islamico e la sua dipendenza da potenze esterne invece lo è! 

Tutta la discussione che vogliamo aprire in Italia, ed anche in Europa, non deve essere vista e recepita come inutilmente polemica: si tratta di non chiudere gli occhi davanti ai dati di fatto politici che si elencheranno, con lo spirito di evitare derive deteriori che già in passato hanno portato alla estinzione di promettenti movimenti sociali. Potrebbero esserci, ad esempio, analogie con l'"assalto al cuore dello Stato", il trip  che portò il Movimento del '77, in molte sue avanguardie dell'Autonomia, a fare da base militante per la stagione del terrorismo BR e di tanti altri gruppi della lotta armata alla fine degli anni Settanta-inizio anni Ottanta del secolo scorso. 

Andando al dunque, questo l'elenco annunciato dei fatti politici: 

1 - Presunte realtà palestinesi italiane, che vantano abusivamente il ruolo di "veri" rappresentanti del popolo palestinese (le altre sarebbero false rappresentanze in quanto "collaborazioniste"), indicono manifestazioni che inneggiano al 7 ottobre, appunto, come "atto di resistenza" e propongono la Palestina "libera dal fiume al mare", libera cioè dalla "entità sionista" da distruggere, in quanto summa di imperialismo, colonialismo, razzismo, suprematismo bianco... 

Non si sta facendo fantapolitica, lo ribadiamo, ma ci si sta riferendo ad enormi cortei ufficialmente organizzati da questi gruppi (con striscioni di apertura che un giornalismo alla Travaglio definirebbe da internamento manicomiale); e a una miriade di iniziative locali che si appoggiano a tali sigle per catalizzare aggregazioni estemporanee, precarie e labili.  

2 - Fino a che questo obiettivo della cancellazione della "entità sionista" non sarà raggiunto, occorre convergere sull'indicazione di Flottille e Sindacati, sia la CGIL che USB/CUB etc., con piazze pullulanti di redivivi Masaniello, bandiere nero bianco verdi che subissano le bandiere rosse. BLOCCARE TUTTO: se possibile tutta la vita civile in Italia, occupando stazioni, porti, aeroporti, circonvallazioni. Ma anche, con scioperi a manetta, generali e locali, possibilmente indeterminati, che puntino a  fermare le attività produttive e amministrative.

Stiamo - quasi come sonnambuli - aderendo e invitando all'adesione incondizionata a una chiamata per la mobilitazione, estrema e ultimativa, di "rivolta sociale". L'obiettivo è duplice: fermare la complicità italiana con un genocidio in corso (la CIP sta indagando) e rimuovere la sua causa – la realtà colonialista dello Stato ebraico, che viene descritta come persino peggiore del Sudafrica dell'apartheid. La prospettiva si è evoluta nel CACCIARE IL GOVERNO MELONI in quanto "agente del sionismo", qui in Italia!

Domanda: veramente si crede che il movimento avrebbe la forza di sostenere in via continuativa, con una conflittualità sociale di alto livello, la speranza di fermare una guerra all'altro capo del Mediterraneo, con la gente che contemporaneamente trangugia carovita, licenziamenti, tasse, tagli dei servizi sociali, debiti, senza nutrire la minima convinzione che darsi da fare per invertire il trend dell'impoverimento possa avere un minimo di possibilità di successo?

Tuttavia, con tutta la buona volontà, dobbiamo riconoscere che questo seguire opportunisticamente l'onda emotiva, forse uno sfogatoio di disperati, drammatizzata al punto da innescare la spirale lotta-repressione, non è un modo propriamente nonviolento di agire. Tale strumentalizzazione ideologica "contro l'imperialismo occidentale", che nasconde un "persi per persi meglio perversi", allontana dall'essenza della nonviolenza.

La nonviolenza, nata da speranza e non da disperazione, come concepita da Gandhi e sviluppata da teorici e pratici come Gene Sharp, Galtung e L'Abate, mira alla trasformazione del conflitto e del rapporto di potere, non alla distruzione del nemico o dell'avversario. Il suo scopo è ottenere un cambiamento politico e sociale, un cambiamento che si è sicuri di avere a portata di mano, cercando di convertire o almeno neutralizzare l'avversario, non di annientarlo. La nonviolenza, forza costruttiva, rifiuta la logica della distruzione dell'avversario e si propone strategicamente di "trasformare i gruppi umani nemici in gruppi umani amici."

La nonviolenza insiste sulla coerenza tra mezzi e fini. Per un nonviolento, i mezzi violenti o l'esaltazione della violenza minano l'obiettivo finale di una società pacifica e giusta. L'azione nonviolenta può includere la disobbedienza civile o il boicottaggio (come il blocco mirato di aspetti della vita civile), ma questi sono strumenti tattici per esercitare pressione e devono essere perseguiti con spirito di non-odio e nell'ottica di negoziazione e soluzione, non come espressione di vendetta o di distruzione totale dell'avversario.

La posizione di una nonviolenza più coerente e conseguente andrebbe organizzata meglio di quanto non avvenga ora e manifestata entrando in dialettica con l'ondata emotiva in corso. Chi la strumentalizza - questa onda emotiva che però ha una spinta buona in un sacrosanto sentimento di umanità (possiamo assistere in silenzio a un massacro che si svolge sotto i nostri occhi?) - utilizza la nonviolenza, le sue tattiche e tecniche (manifestazioni, blocchi) ma le svuota del loro contenuto etico e strategico, piegandole a un obiettivo che, a bene pensarci, oltre che del tutto velleitario, è intrinsecamente violento e distruttivo.

Una posizione nonviolenta più meditata e profonda su questa problematica (come quella sostenuta da figure palestinesi e israeliane che promuovono la pace) si concentrerebbe su:

  • Rifiuto esplicito della violenza: condannare senza riserve tutti gli atti di violenza contro i civili, inclusi gli attacchi del 7 ottobre, oltre agli atti di guerra israeliani mostrati massicciamente dalla TV e bollati come "genocidio".

  • Ricerca di soluzioni politiche: intervenire sui negoziati in corso per una soluzione politica che garantisca la sicurezza e i diritti di entrambi i popoli 

  • Azione tattica costruttiva: utilizzare boicottaggi, manifestazioni e disobbedienza civile per pressione politica, ma sempre con un messaggio che distingua tra i governi/politiche e le persone, e che sia orientato alla riconciliazione futura.

In altri interventi e articoli sui nostri siti web i Disarmisti esigenti hanno sviluppato proposte, quali esempi di azione tattica costruttiva, che mirano a creare ponti e a esercitare una pressione politica mirata, superando la logica della distruzione e dello scontro frontale. Una scadenza che viene tenuta presente sono gli appuntamenti elettorali cui dovrebbero essere chiamati, a fine 2026, sia gli israeliani che i palestinesi.

L'Ambasciata di Pace con uffici a Tel Aviv e Ramallah

Questa proposta è un'iniziativa simbolica e politica che ribalta la logica delle ambasciate istituzionali che rappresentano Stati o entità in conflitto. Consiste nell'aprire due uffici fisici (l'Ambasciata di Pace) sia a Tel Aviv (quindi in territorio israeliano), che a Ramallah (quindi in Palestina) non per rappresentare un governo, ma per rappresentare la volontà di coesistenza e dialogo dei popoli (palestinese e israeliano). L'obiettivo strategico è creare un dialogo diretto al di fuori dei canali ufficiali e a dimostrare agli israeliani non si mira alla loro distruzione, ma ad una pace possibile ed equa quanto basta. L'iniziativa invia un messaggio forte: la lotta è contro l'occupazione e le politiche del governo israeliano, non contro il popolo.

L'Iniziativa per Liberare Marwan Barghouti

Questa proposta si concentra su un'azione specifica con un'alta risonanza politica e simbolica. In sintesi, Marwan Barghouti è un leader politico palestinese, figura di spicco di Fatah e del movimento per l'indipendenza, attualmente detenuto in Israele. Molti lo vedono come l'unico leader capace di unificare le fazioni palestinesi (Fatah e Hamas, data la sua popolarità) e di guidare un processo di pace credibile basato su una soluzione a due Stati. L'iniziativa chiede la sua liberazione tramite la grazia concessa dal presidente israeliano Herzog. Questa liberazione è vista come un atto di fiducia necessario da parte di Israele e come la mossa chiave per sbloccare la stagnazione politica. Se liberato, Barghouti potrebbe fornire l'interlocutore palestinese legittimo e nonviolento necessario per una ripresa dei negoziati.

Per contattarci: coordinamentodisarmisti@gmail.com  www.disarmistiesigenti.org



Il Corriere della Sera del 12 novembre 2025 pubblica un articolo, a firma di Greta Privitera, con il seguente titolo: "SE NELLA STRISCIA SI VOTASSE OGGI, HAMAS OTTERREBBE IL 2,9%. Sottotitolo: "Il sondaggio realizzato a fine ottobre. Il 32,8% sceglierebbe un candidato indipendente. 

Ecco quanto possiamo leggervi a proposito della fonte: "Se le volontà dei gazawi non trovano mai spazio sui tavoli delle trattative, c'é un istituto di ricerca di Ramallah, THE INSTITUTE FOR SOCIAL ED ECONOMIC PROGRESS*, che in questi due anni di incessanti bombardamenti si ostina a chiedere ai palestinesi della Striscia "come state?", "cosa volete?"

Possiamo convenire che il dato del 3% del voto dei Gazawi ad Hamas, scaturente dall'ultimo sondaggio, va preso con estrema cautela. È un dato che riflette probabilmente un picco di esasperazione e disillusione causato dalle conseguenze catastrofiche della guerra e una forte volontà di cambiamento politico immediato (come indicato dal 32,8% indicato dal sondaggio per un candidato indipendente).

È improbabile che il supporto ideologico e di base sia realmente al 3%. Il forte scarto rispetto ai dati di altri istituti (come il PSR, che riporta un 37% di approvazione per l'azione del 7 ottobre a maggio 2025) suggerisce che il dato del 3% è influenzato massimamente dalla paura e dal desiderio di una leadership alternativa che porti stabilità.

Ma il trend è credibile: nonostante le cifre assolute possano essere distorte, il sondaggio ISEP, in linea con il PSR, conferma che il consenso per Hamas è in netto declino a Gaza a causa dei costi umani e materiali del conflitto.

In breve: il 3% è probabilmente un dato estremizzato dal contesto bellico, ma rappresenta un'indicazione reale della stanchezza e della ricerca di pace e stabilità da parte della popolazione di Gaza, supportando la tesi da sviluppare: la massa non desidera e non condivide la "resistenza armata" quando questa porta alla distruzione totale.

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The Institute for Social and Economic Progress (ISEP) è un istituto di ricerca che conduce regolarmente sondaggi (spesso chiamati "Street Pulse") nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania per valutare le percezioni della popolazione su governance, aiuti e condizioni di vita, specialmente in tempo di guerra.

Per leggere i rapporti: vai al sito web dell'Institute for Social and Economic Progress (cerca: institute4progress.org). Cerca poi una sezione o una scheda intitolata "Publications" (Pubblicazioni) o "Polls" (Sondaggi). Sulla loro homepage, di solito mettono in evidenza le "Latest Publications" (Ultime pubblicazioni). I rapporti recenti sulla Striscia di Gaza e la Cisgiordania (come il "Comprehensive War-Time Street Pulse West Bank and Gaza") sono spesso disponibili con un link a un "Full Report" (Rapporto Completo). Per accedere al rapporto completo, si può essere reindirizzati a un modulo in cui bisogna fornire il Nome, Email e l'Istituzione per cui lavori. Dopo aver inviato i dati, si riceverà l'accesso al rapporto. Per contattare il direttore dell'ISEP - attualmente Obada Shtaya - l'opzioni più comuni è: utilizzare la sezione "Contact Us" (Contattaci) sul sito web di ISEP. Questo modulo consente di inviare direttamente un messaggio all'organizzazione.

Ecco ora un'analisi dei fattori che influenzano l'affidabilità del dato del 3% e la credibilità generale di tali sondaggi in tempo di conflitto, a partire dall'affidabilità metodologica dell'ISEP.

L'ISEP è un istituto specializzato: ISEP è un'organizzazione che si concentra sulla ricerca in aree di conflitto e sembra avere la capacità di condurre sondaggi in condizioni estremamente difficili.

Contesto estremo: condurre un sondaggio a Gaza, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, è un'impresa logistica e metodologica straordinaria. Intervistare le persone in un contesto di sfollamento, bombardamenti e paura generalizzata rende qualsiasi dato intrinsecamente fragile.

Domande specifiche: il dato del 2,9% (o 3%) si riferisce specificamente a un ipotetico voto per Hamas in un contesto elettorale, non necessariamente all'approvazione generale del gruppo o alla sua ideologia. Il fatto che il 32,8% preferisca un "candidato indipendente" (come riportato in alcune analisi del sondaggio) suggerisce che gran parte della popolazione è alla ricerca di alternative politiche immediate, stanca della leadership attuale e delle conseguenze della guerra.

Il fattore più critico è il contesto della guerra e dell'oppressione, con la sua "spirale del silenzio".

Paura di rispondere: in un'area controllata de facto da Hamas, e dove chiunque esprima opposizione (anche solo in un sondaggio anonimo) può temere ripercussioni, è molto probabile che entri in gioco la "spirale del silenzio". Le persone potrebbero essere riluttanti a esprimere sostegno per Hamas per paura delle forze israeliane o della fazione opposta, oppure, al contrario, potrebbero essere riluttanti a esprimere opposizione per paura delle rappresaglie di Hamas o delle forze locali fedeli.

Priorità attuali: in una situazione di estrema emergenza umanitaria (macerie, fame, malattie), l'interesse e la fiducia della popolazione si concentrano sulla sopravvivenza e sul raggiungimento della stabilità, che può portare a un crollo temporaneo del sostegno per il gruppo (Hamas) la cui azione armata è la primaria causa scatenante dell'attuale catastrofe.

È comunque doveroso confrontare i dati ISEP con quelli di altri istituti rispettati, in particolare il PSR.

Il Palestinian Center for Policy and Survey Research (PSR) è considerato un punto di riferimento, ha registrato un declino nel sostegno a Hamas a Gaza, ma con cifre diverse. Ad esempio, una rilevazione di maggio 2025 del PSR dava il consenso alla decisione di Hamas del 7 ottobre al 37% a Gaza. Questo dato, pur indicando un forte calo rispetto all'inizio del conflitto, è significativamente più alto del 3%.

Qui entra in campo la differenza nelle domande: il PSR spesso misura il sostegno all'azione (es. approvare l'offensiva del 7 ottobre) o il sostegno politico in generale, mentre il sondaggio ISEP del 3% si riferisce all'intenzione di voto. Un cittadino può essere critico verso la leadership e la gestione della guerra (e quindi non votare Hamas), pur non disapprovando la resistenza armata in generale.

L'immagine fa anche l'occhiolino al nuovo film che sta per uscire sul processo di Norimberga. La citazione è per sottolineare che persino i massimi guerrafondai della Storia non credono nella naturale propensione dei popoli a combattere le guerre... ma ci sono da considerare le avanguardie "calde " quelle manipolate dal Potere che ha bisogno dell'omicidio organizzato di massa per giustificarsi....

Detto ciò, andiamo al punto centrale che si intende sollevare. La necessaria - per gli scriventi - "rifondazione nonviolenta" passa preliminarmente per l'idea che il consenso alle guerre da parte di un popolo, di qualsiasi popolo, è sempre da parte di una minoranza "calda", sobillata dal Potere.  Questo perché, paradossalmente, molti attivisti che si proclamano "nonviolenti", sono i primi, a quanto si deve sentire e vedere, a non credere nella forza e nell'efficacia della lotta nonviolenta. 

Per offrire una critica motivata all'attuale stato culturale del movimento pacifista italiano (con particolare riferimento alla sua componente nonviolenta, anche organizzata) e alla percezione comune, mediatica, del consenso alla guerra, andrebbero sviluppate delle tesi proponibili, a nostro parere, nei seguenti argomenti: 

  • La "massa" è spontaneamente pacifica: dovremmo ribadire la fiducia nel pacifismo spontaneo, anche se di tipo "strumentale", della maggioranza delle persone, intente solo a badare agli "affari quotidiani" legati al sopravvivere e al vivere.

  • La teoria della "minoranza calda": l'idea centrale è che il consenso alla guerra non è mai di massa, ma è indotto da una minoranza "calda" manovrata dal Potere. Questa tesi si appoggia, oltre che sulla conoscenza storica, sulla distinzione sociologica di Alberto L'Abate tra "caldi" (spesso favorevoli all'azione violenta/guerra), "tiepidi" (la massa contraria e pacifica) e "freddi" (indifferenti). Va precisato che tra i "caldi" troviamo anche chi è gandhiamamente "disposto a morire ma non uccidere per una giusta causa".

  • Scetticismo dei "nonviolenti": il paradosso più forte è la presa d'atto che gli stessi attivisti che si proclamano nonviolenti non credano veramente nell'efficacia della lotta nonviolenta, cedendo al mito della "resistenza armata" (e proprio nel caso più improbabile e inquinato di "resistenza", una milizia che combatte asimmetricamente per conto terzi).

  • Manipolazione e paura: andrebbero citati esempi storici (Goering, la Prima guerra mondiale in Italia) per dimostrare come il Potere debba istillare paura o ricorrere a colpi di Stato per trascinare popolazioni riluttanti in guerra.

  • Il caso di Gaza/Hamas: dovremmo usare l'esempio di Gaza per evidenziare la discrepanza tra la "volontà in carne ed ossa" degli abitanti (che sarebbero stanchi della "resistenza armata" a giudicare da sondaggi sul 3% di consenso elettorale per Hamas) e le narrative politiche internazionali, inclusa quella di molti "pacifisti" che sostengono una "Intifada globale contro l'Imperialismo" configurante, ci si scusi la semplificazione che può urtare molte sensibilità,  un vero e proprio "trip ideologico".

  • 1. La distinzione "Caldi, tiepidi, freddi"

    L'uso della teoria di L'Abate per rileggere il consenso alla guerra offre una prospettiva che smonta l'idea che l'adesione alla guerra sia un fenomeno di massa. La teoria presuppone e suggerisce che la guerra non è un fatto democratico, ma il prodotto dell'attivismo di una minoranza (i "caldi"), l'inerzia della maggioranza ("tiepidi") e soprattutto la manipolazione del Potere. Questo recupero di un'analisi sociologica (che cerca di unire Gramsci e Gandhi) è fondamentale per una rifondazione nonviolenta che non si basi sull'attesa di una conversione etica di tutti, ma sul risveglio e sull'organizzazione della maggioranza "tiepida" e pacifica.

    2. Il "Paradosso dei nonviolenti"

    L'accusa di scetticismo rivolta agli attivisti nonviolenti è una critica dall'interno molto severa ma necessaria. Avremmo da rimproverare un "nonviolento" che, nei fatti, finisce per dare credito e forza narrativa al mito della lotta armata (spesso mediato e sostenuto da potenze straniere), invece di insistere sulla forza e sull'efficacia della lotta nonviolenta come strategia politica concreta (come insegnato da Gene Sharp, corrispondente di L'Abate, da menzionare nel testo da elaborare). Questo scetticismo porta a sostenere "resistenze" che sono, di fatto, solo conflitti tra fazioni o pedine di potenze esterne, come si dovrà argomentare per il caso palestinese.

    3. La "volontà dei Gazawi in carne ed ossa"

    Questo è il punto più politicamente incisivo e decisivo da sottolineare. Nelle discussioni internazionali e tra gli attivisti, la reale volontà delle vittime dei conflitti (i Gazawi) viene ignorata a favore di ideologie astratte ("Intifada globale contro l'Imperialismo Occidentale"). In questo sta l'importanza di usare il dato del sondaggio su Hamas (pur con tutte le cautele necessarie su un dato in tempo di guerra) per ribadire un concetto cruciale: la massa che soffre le conseguenze della violenza (macerie, morti, fame) è naturalmente stanca della "resistenza armata" e vuole la pace. Il vero compito di una "rifondazione nonviolenta" non sarebbe sostenere ideali di lotta armata, ma rappresentare e amplificare la volontà di pace della maggioranza.


    La tesi che si sta avanzando e provando ad argomentare è il programma per un manifesto futuro per il realismo nonviolento. Sostiene che la nonviolenza deve uscire da una dimensione puramente etica o idealistica e assumere una natura strategica e politica che:

    • Riconosca la natura manipolatoria del consenso bellico (la "minoranza calda" manipolata dal Potere).

    • Faccia fiducia alla forza intrinseca, "potente", della lotta nonviolenta come strumento di contropotere effettivo ("potere con" contro il "potere su").

    • Ponga al centro la reale volontà di pace della popolazione, spesso soffocata dalle narrative dei gruppi di potere e dai "trip" ideologici degli attivisti esterni.

    Riepilogando, i Disarmisti esigenti chiedono di "rifondare" la nonviolenza, con il dialogo e la convergenza anche delle realtà collettive esistenti, sulla base della "fiducia ragionevole nella forza e nell'efficacia" del metodo della "unione popolare per la ricerca di verità e giustizia", sempre ancorato a strategia e valori coerenti, sottraendola all'ombra seducente del mito mediatico della "resistenza armata".

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