BASTA TRIP DELLA "VITTORIA"! Zelensky è arrivato al capolinea? Trump gli dà l'ultimatum. Ma sopratutto il popolo ucraino dovrebbe gioire: una "brutta pace" è meglio della continuazione della inutile strage in corso!

"Sulla pace devi decidere decidere entro 7 giorni": è l'ultimatum del presidente USA Trump al presidente ucraino Zelensky. Ma l'Ue corre in aiuto di Kiev: "Prepareremo una controproposta". Dal punto di vista del popolo ucraino la "disfatta" può essere l'inizio di una rinascita se si crede nei valori e nella forza della nonviolenza
Il testo dell'articolo analizza l'ultimo sviluppo della guerra in Ucraina, dove il presidente americano Trump ha imposto un ultimatum di sette giorni al presidente ucraino Zelensky per accettare un piano di pace. Tale piano, elaborato da Stati Uniti e Russia senza il coinvolgimento iniziale dell'Ucraina, prevede condizioni severe per Kiev: rinuncia alla NATO, cessione del Donbass, riduzione dell'esercito, patto di non aggressione con Mosca e Bruxelles, controllo della centrale di Zaporizhzhia da parte dell'AIEA. In cambio, l'Ucraina otterrebbe ingenti investimenti per la ricostruzione, garanzie militari europee e un'amnistia generale, escludendo processi per crimini di guerra.
L'Ucraina e l'Unione Europea criticano la proposta, giudicata punitiva per Kiev e indulgente verso Mosca, e stanno lavorando a una controproposta - a loro giudizio - più equilibrata, sebbene vi sia scetticismo sulla sua accettazione da parte della Russia. Zelensky, pur resistendo e cercando una "pace dignitosa", si dice pronto a collaborare con Trump.
Il testo prosegue offrendo due diverse interpretazioni della situazione:
Una visione cinica e pessimista: che considera la "pace" proposta come una mera "resa" dettata dai potenti, un gioco di interessi in cui i popoli sono pedine sacrificate. Viene sottolineata la prevedibilità delle dinamiche di potere, la superficialità delle promesse di denaro e la costante ripetizione degli errori umani, con la "dignità" come prima vittima della guerra e l'amnistia come segno della prevalenza degli affari sulla giustizia.
Una visione di speranza e "ottimismo della volontà": che ribalta la prospettiva, guardando la vicenda con gli occhi di un popolo stremato dalla guerra. Per questo popolo, l'ultimatum e l'esistenza stessa di un piano di pace, per quanto imperfetto, rappresentano un'urgenza vitale e una via d'uscita dall'inferno quotidiano. I sacrifici territoriali e militari, la stessa amnistia, sono visti come prezzi dolorosi ma accettabili per ottenere la cessazione immediata delle ostilità, la sicurezza e la possibilità di ricostruire le proprie vite. La "pace" diventa l'assenza di bombe e la promessa di un futuro.
Questa prospettiva si conclude con un appello alla nonviolenza, alla speranza e alla fede nell'azione collettiva, sottolineando che la giustizia e l'amore possono trionfare, e che la nonviolenza è una forza potente per il cambiamento. Guardare le cose con questi "occhiali" indirizza al compito di costruire una "vera" democrazia. La "vittoria" dell'Ucraina non starebbe allora nel difendere con le armi pochi centimetri di terra irrorata da sangue umano. Si concretizzerebbe se questo popolo riesce ad essere unito nel costruire un modello democratico avanzato che possa influenzare positivamente anche i "fratelli russi".
È alla democrazia e non alla difesa del territorio che deve puntare una resistenza nonviolenta. L'impressione sollevata nell'articolo è che molte forze "nonviolente" italiane non siano in grado di capirlo perché propongono una modalità nonviolenta per la stessa strategia fallimentare di Zelensky. Il quale per trascinarci in una escalation bellica sta imponendo una mordacchia autoritaria a tutta la società ucraina. Un autoritarismo non indenne da aspetti corruttivi che stanno venendo alla luce...
Inizia l'articolo
Prima si è parlato di un piano di pace, trapelato quasi per caso. Poi la voce è stata confermata: Stati Uniti e Russia ci stanno lavorando, senza che l'Ucraina ne sappia nulla. E subito dopo è arrivata un'altra notizia, più dura: Donald Trump avrebbe posto a Zelensky un ultimatum, chiedendogli di decidere entro il 27 novembre se accettare o rifiutare la proposta.
Già questo basterebbe a mostrare quanto la vicenda sia intricata. Ma non finisce qui. L'Ucraina, insieme all'Unione europea, critica la bozza e prepara una controproposta, che vorrebbe più equilibrata. È facile immaginare che, come altre volte, la Russia non la prenderà nemmeno in considerazione.
Intanto, poco a poco, si scopre il contenuto del piano di pace segreto. È diviso in ventotto punti. Secondo quanto riferisce Axios, la bozza prevede che l'Ucraina dovrebbe rinunciare per sempre all'ingresso nella Nato, scrivendolo perfino nella Costituzione. Ci sarebbe un patto di non aggressione tra Kiev, Mosca e Bruxelles. Il Donbass verrebbe ceduto alla Russia, anche nelle parti non ancora occupate. L'esercito ucraino sarebbe ridotto a seicentomila uomini. La centrale di Zaporizhzhia passerebbe sotto il controllo dell'Aiea.
In cambio, il piano promette più di cento miliardi di investimenti occidentali per la ricostruzione. E, come garanzia, jet europei schierati in Polonia, a difesa della tregua militare.
Ma non è tutto. La bozza prevede anche il ritorno alle urne in Ucraina, entro cento giorni dalla firma del cessate il fuoco. In cambio, Mosca dovrebbe promettere di non avviare nuove offensive. Dovrebbe accettare l'estensione dei trattati contro la proliferazione nucleare. E verrebbe riammessa nel G8.
Per entrambe le parti è prevista un'amnistia. Nessun processo per crimini di guerra. Il piano appare duro, soprattutto per l'Ucraina. La verità è che Zelensky la guerra, lentamente, ma inesorabilmente, la sta perdendo.
Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, conosce bene la situazione. Ha detto che continuare la guerra non ha senso per l'Ucraina. È pericoloso. Secondo lui, il governo di Kiev deve prendere una decisione responsabile. E deve farlo subito. Ogni ora che passa, il margine di Zelensky si riduce sotto l'offensiva russa.
È un pressing continuo. Per ora, il presidente ucraino resiste. Vuole trattare condizioni migliori. Ha detto di essere pronto a collaborare con Trump. I due dovrebbero parlarsi la prossima settimana. Zelensky cerca una "pace dignitosa" e la privilegia ai rapporti con l'alleato.
Negli ultimi anni si è visto più volte: l'Unione europea fatica a contare davvero. Ora, davanti a una proposta giudicata punitiva verso Kiev e indulgente verso Mosca, a Bruxelles si lavora senza sosta. Secondo il Wall Street Journal, i leader europei stanno preparando una controfferta. Vorrebbero condizioni diverse, a loro giudizio più equilibrate rispetto al piano americano.
Anche funzionari ucraini sarebbero coinvolti. Ma il progetto è ancora agli inizi. Dovrebbe essere discusso in una riunione tra Francia, Germania, Italia e Regno Unito, durante il vertice del G20 a Johannesburg.
La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha confermato la notizia. Ha detto che presto sentirà Zelensky. Perché non può esserci pace senza l'Ucraina.
È una posizione che può sembrare ragionevole. Ma con Trump e Putin decisi a non accettare proposte di altri, la fine della guerra potrebbe allontanarsi ancora.
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Che dire? sembra sempre la solita storia. Parlano di 'pace', ma è solo un modo più edulcorato per dire 'resa' o 'vittoria' di chi ha più forza. Trump, Putin... sono tutti uguali, in fondo, nella logica della potenza. Gente che si muove per il proprio tornaconto, per il proprio potere. La 'pace' che propongono è una pace dettata, non una vera pace, quella che nasce dal rispetto, se mai esiste. Il pessimismo dell'intelligenza spinge a giudizi cinici.
L'ultimatum di Trump? Prevedibile. I potenti giocano a dadi sulla pelle degli altri. Sette giorni per decidere il futuro di un popolo, come se fosse una compravendita. Non c'è dignità in questo, solo la brutalità del più forte che impone la sua volontà. La fretta, l'impazienza... sono segni di chi non cerca una soluzione, ma una chiusura rapida e conveniente per sé.
E l'Ucraina che non ne sa nulla? Altra ovvietà. I popoli, i singoli, sono solo pedine su una scacchiera più grande, manovrati da forze che non comprendono e che non controllano. Vengono sacrificati, illusi, usati. Zelensky che cerca una 'pace dignitosa'... una frase fatta. Cosa significa 'dignitosa' quando ti stanno strappando via pezzi del tuo paese e la tua autonomia? La dignità, in guerra, è la prima a morire.
La controproposta dell'UE? Altro teatrino. L'Europa, un'accozzaglia di stati che si muovono con lentezza, con paure e interessi divergenti. Fanno la voce grossa, parlano di 'equilibrio', ma poi si piegheranno all'uno o all'altro, o rimarranno a guardare. La loro 'forza' è sempre stata una debolezza mascherata da buone intenzioni. Non contano, e non conteranno.
Il piano segreto... ventotto punti. Rinunciare alla NATO, Donbass ceduto, esercito ridotto, amnistia per crimini di guerra... Una sconfitta totale, altro che pace. La promessa di cento miliardi? Soldi, sempre soldi. Si ricomprano le coscienze, si ricostruiscono i mattoni, ma non si ricostruiscono le vite, la fiducia, la dignità perduta. E i jet in Polonia come garanzia? Un contentino, un fumo negli occhi. La guerra è finita per chi ha vinto, non per chi ha perso. E chi ha perso, perderà ancora.
Peskov che parla di decisione responsabile... Certo, la responsabilità è di chi deve chinare il capo. Un'offensiva russa che si riduce ogni ora... È la legge della giungla, la legge del più forte. La guerra non ha senso per chi sta perdendo, per chi sta morendo. Per chi vince, invece, ha un senso eccome.
Nessun processo per crimini di guerra. Ecco il punto. La vera natura di ogni conflitto. Si perdona tutto, si amnistia tutto, purché si torni al quieto vivere, al business. La giustizia, la verità, chi se ne preoccupa? È un lusso che nessuno può permettersi quando si tratta di interessi così grandi.
La fine della guerra potrebbe allontanarsi ancora? Può darsi. Ma la vicenda potrebbe anche prendere la piega dell''inizio di una nuova consapevolezza. La massa popolare, è vero, è incline all'errore, alla violenza, a ripetere gli schemi del passato. E spesso, si finisce col chiamare 'pace' il semplice silenzio tra un'ingiustizia e l'altra.
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Dopo aver dato voce al pessimismo dell'intelligenza, proviamo invece a farci illuminare il cammino dall'ottimismo della volontà.
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Se però guardiamo alla stessa vicenda con gli occhi di un popolo stremato dalla guerra, che ha vissuto sulla propria pelle le atrocità del conflitto in Ucraina, questo punto di vista può rovesciare completamente le prospettive e le priorità.
Per questo popolo, quello che conta non è l'intricato gioco di diplomazia internazionale, ma una possibile, agognata via d'uscita dall'inferno quotidiano.
Ciò che ai commentatori politici può sembrare un'imposizione brutale, per un civile sotto le bombe può essere visto come un ultimatum alla guerra stessa. Sette giorni per decidere sulla pace significano sette giorni per decidere se le proprie case verranno ancora distrutte, se i propri figli rischieranno la vita ogni volta che escono di casa. La fretta non è indice di arroganza, ma di urgenza vitale. La prospettiva di una fine rapida è preferibile a un conflitto interminabile che erode ogni barlume di normalità.
Il fatto stesso che esista un "piano di pace segreto" è, di per sé, una notizia carica di speranza. Non importa quanto imperfetto o sbilanciato possa sembrare sulla carta. Ciò che conta è che si stia parlando di fine delle ostilità, non di nuove offensive. La "pace" non è un ideale astratto, ma l'assenza di bombe, il ritorno dell'elettricità, la possibilità di seppellire i propri morti senza paura, di nutrire i propri figli.
Rinuncia alla NATO, Donbass ceduto, riduzione dell'esercito: sono prezzi altissimi, sacrifici dolorosi per l'integrità territoriale e l'orgoglio nazionale. Ma per chi ha visto la propria famiglia morire, per chi è sopravvissuto al freddo senza riscaldamento, alla fame, alla costante minaccia della morte, la sicurezza immediata e la fine del massacro possono superare queste considerazioni. "Meglio un pezzo di terra perso che un figlio perso," si potrebbe pensare con amarezza. Le promesse di "investimenti occidentali per la ricostruzione" non sono dettagli diplomatici, ma la concreta possibilità di ricostruire una vita, di avere un tetto, cibo e lavoro.
Amnistia per crimini di guerra: è un boccone amaro. La sete di giustizia per le atrocità subite è forte. Tuttavia, l'alternativa è la continuazione indefinita di quei crimini. In un contesto di sopravvivenza, la pragmaticità può prevalere sul desiderio di vendetta o di piena giustizia, se ciò significa porre fine alla sofferenza. La priorità diventa salvare vite ora, piuttosto che punire i responsabili domani.
Per il popolo ucraino che subisce di più la guerra:
La pace è la priorità assoluta, anche a costo di dolorosi compromessi.
Le vite umane e la sicurezza vengono prima delle questioni territoriali o dell'onore nazionale.
Ogni proposta di cessate il fuoco, per quanto sbilanciata, è un raggio di speranza.
La burocrazia e i ritardi diplomatici sono percepiti come una prolungata tortura.
La ricostruzione non è un bonus, ma la promessa di un futuro dopo la catastrofe.
Questo punto di vista ci ricorda che, dietro le analisi geopolitiche, ci sono milioni di persone per cui la "pace" non è una clausola di un trattato, ma il desiderio più elementare e vitale.
Noi, amiche e amici della nonviolenza, crediamo, con tutto il cuore, che in fondo a ogni abisso percepito di disperazione può risiedere la scintilla inestinguibile della speranza. Non è tutto scritto, non è tutto già deciso. E non tutto è così negativo come lo si dipinge. È nella nostra capacità di resistere alla rassegnazione, di sognare un mondo migliore e di agire con coraggio e amore che risiede il vero potere di cambiare la Storia.
Non cambierà mai, dicono i cinici. Ma non è stato sempre così e non è detto ancora: la giustizia può trionfare. L'amore supererà l'odio. La nonviolenza spezzerà le catene della violenza. Forse non accadrà proprio domani, forse richiederà sacrifici e lotte continue, ma ogni passo, ogni voce che si alza per la pace preparata con la pace, per l'uguaglianza, per la dignità di ogni essere umano, al di là delle divisioni tribali e dei confini, è un mattone che costruisce il ponte verso quel futuro.
Non smettiamo di sperare, non smettiamo di lottare con la forza della verità e dell'amore. Perché la speranza non è un sogno vano, ma la fede in azione che ci spinge a non arrenderci, a credere nel potere della trasformazione e a plasmare il mondo che desideriamo, mattone dopo mattone, cuore dopo cuore. Sì, cambierà. E cambierà grazie a chi non smette di crederci. A credere che la nonviolenza è una forza potente che funziona e che i popoli possono lasciarsi guidare da essa.
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La poca "fede" nella nonviolenza nasce anche dalla incapacità di di cogliere la vera posta in gioco in Ucraina: la costruzione di un modello democratico avanzato come forma più potente di resistenza.
La critica a questa cecità di molti "nonviolenti" di scarso spessore si basa sul presupposto che:
La strategia di Zelensky è fallimentare e porta all'escalation: la resistenza armata per la difesa del territorio è da giudicare come un vicolo cieco che conduce solo a un'ulteriore escalation bellica e a una continua irrorazione di sangue umano. La "vittoria" non può essere misurata in centimetri di terra difesi con le armi.
La nonviolenza italiana per lo più non ha compreso il vero obiettivo: le forze nonviolente starebbero proponendo una modalità nonviolenta (quindi metodi pacifici) per sostenere una strategia fallimentare (la difesa armata del territorio). Invece di mirare a un cambio di paradigma verso la costruzione democratica, si limiterebbero a una "pace" superficiale senza affrontare le radici del conflitto e le dinamiche interne ucraine.
La vera resistenza è democratica, non territoriale: l'unico scopo che giustificherebbe il sacrificio del popolo ucraino sarebbe la costruzione di una "vera" democrazia capace di fungere da modello e influenzare positivamente i "fratelli russi." La resistenza nonviolenta dovrebbe puntare a questo obiettivo politico e civile, non alla mera difesa dei confini.
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Riepiloghiamo a questo punto la tesi che riteniamo corretto avanzare. Riteniamo la tregua e la cessione territoriale una precondizione necessaria per realizzare la priorità democratica. Il mantenimento della guerra per la riconquista territoriale consuma risorse, vite umane e attenzioni politiche che sarebbero vitali per la riforma interna. Finché le bombe cadono, è impossibile concentrarsi sulla complessa e profonda opera di costruzione democratica e dello stato di diritto. L'accettazione di un sacrificio territoriale (doloroso ma nonviolento) è il prezzo per la cessazione immediata delle ostilità e per liberare le energie nazionali verso obiettivi civili.
In questa visione, la "vittoria" viene ridefinita in termini civili e politici, non militari:
Obiettivo interno: l'Ucraina deve dimostrare di essere "capace" di costruire un modello democratico avanzato e uno Stato di Diritto solido, superando la storica piaga dell'autoritarismo e della corruzione.
Obiettivo esterno (influenza): un esempio positivo, uno Stato prospero e veramente libero ai confini della Russia, sarebbe il più potente strumento di influenza sui "fratelli russi" e sulla loro società. Questo modello farebbe da contraltare all'attuale regime autocratico russo in modo molto più efficace di qualsiasi scontro militare.
La proposta non si ferma alla tregua, ma individua un percorso per una pace più profonda e duratura:
Fase 1: tregua militare + riforme interne: l'Ucraina cede il territorio per ottenere la tregua e si concentra sulla costruzione della democrazia.
Fase 2: dialogo inter-popolare: una volta che l'Ucraina sarà retta da un regime democratico genuino e il suo esempio influenzerà positivamente la società russa (il "popolo fratello"), il dialogo tra i due popoli (non più solo tra i regimi autocratici o belligeranti) potrà iniziare.
Fase 3: pace duratura: questo dialogo tra due popoli liberi consentirà il passaggio dalla tregua militare (una semplice cessazione del fuoco) a una pace più profonda e duratura, basata sul rispetto reciproco e sui valori democratici condivisi, superando le dinamiche territoriali del conflitto.
In sintesi, la proposta è quella di applicare il principio della nonviolenza strategica al massimo livello: un sacrificio tattico (il territorio) per un guadagno strategico (la democrazia e l'influenza regionale).
La vera resistenza non è fermare i carri armati, ma costruire istituzioni che i carri armati non possano distruggere.