8 dicembre antinucleare: rifondiamo la nonviolenza organizzata!

01.11.2025

Rifondare la nonviolenza organizzata: adottare, contro il militarismo e il nazionalismo, la priorità della sopravvivenza globale


*Nota sulla struttura della pagina web . L'immagine riflette la regola del movimento tedesco: si manifesta con i simboli della pace, non con bandiere di partito e nazionali (es. Ucraina o Palestina). 

L'intervento dei Disarmisti esigenti espone le motivazioni che conducono alla necessità di una "rifondazione nonviolenta" individuando la priorità della sopravvivenza globale

L'articolo di Luigi Mosca sulla "sicurezza comune" illustra l'idea di coinvolgere l'OCSE 

L'appello pubblicato su Il Manifesto (31 ottobre 2025) in cui i no-global "storici", insieme alla Sumud Flottilla, alla GKN, si vedono a Roma il 15 novembre per preparare un NO KINGS DAY italiano entro metà dicembre. Riportata per conoscenza e tutt'altro che per adesione! 

Si ricorda l'incontro Zoom programmato per il 4 novembre alle ore 18:00 sui temi del riarmo europeo e delle spese militari da contrastare facendo perno sulle obiezioni di coscienza.

https://us06web.zoom.us/j/83944051716?pwd=Xxv7AsbaFJFa2bwtsbsiiHpmtz4YRY.1


Aderisci all'appello per l'iniziativa "LIBERARE BARGHOUTI, PARTNER DI PACE COME MANDELA". Una ambasciata di pace con due uffici: Tel Aviv e Ramallah.

https://www.petizioni24.com/barghouti_libero

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Il nostro impegno nasce dalla lucida consapevolezza che la pace ("disarmata e disarmante", come vuole Papa Leone) non si impone né si ottiene con la retorica, ma si costruisce con ideali forti, parole responsabili, compromessi realistici, strategie di non collaborazione attiva e gesti coraggiosi di obiezione di coscienza. 

Se si vuole la pace dobbiamo prepararla attraverso l'omogeneità mezzi-fini. Essendo ben convinti che "la guerra è sempre una sconfitta" e, oggi più che mai, "non esistono guerre giuste".

Con il presupposto che la difesa della vita universale è il valore supremo, quello da cui tutti gli altri dovrebbero discendere, si tratta di passare, da una "cultura del nemico", un approccio "perdente-perdente", a una "cultura della cooperazione", un approccio "win-win", e quindi molto più desiderabile per tutti!

Questa "cultura del nemico" è la causa fondamentale delle guerre: in realtà, i veri nemici di ogni Stato non sono gli altri Stati e popoli; i veri nemici sono comuni a tutti gli Stati e popoli e sono: il cambiamento climatico, la distruzione accelerata della biodiversità, l'inquinamento ambientale, l'iniqua distribuzione delle ricchezze, la fame e la povertà nel mondo, le epidemie, ecc. È per affrontare efficacemente questi nemici comuni che dobbiamo impegnare tutto il potenziale dell'umanità in intelligenza, iniziative di solidarietà, creatività... e non in conflitti tribali per spostare confini (un po' più a destra, un po' più a sinistra?) ancorati ad una corsa sfrenata agli armamenti di ogni tipo.

La priorità etica e strategica

In sorprendente e non scontata sintonia con l'attuale linea del Vaticano – e per distinguersi dal movimentismo estremista e sloganistico – riteniamo che il punto focale della sicurezza globale risieda nella condizione atomica. Non è solo una questione tecnica o militare. È il riflesso di una logica che ha smarrito il senso del limite: la potenza come fine, il profitto come misura di tutto. L'arma nucleare è il simbolo estremo di questa deriva. Una civiltà che fonda la propria sicurezza sulla minaccia di distruzione totale è, nella sostanza, una inciviltà. Per questo, oggi più che mai, è necessario un cambio di rotta. E' necessario "esigere" il disarmo nucleare totale, raccogliendo il lucido appello  formulato da Stéphane Hessel nel suo "storico" pamphlet. Non si tratta di un auspicio generico, ma di un imperativo etico e politico che obbliga la coscienza collettiva e chiama ogni cittadino alla responsabilità primaria di salvare non solo il presente, ma il passato e il futuro dell'Umanità.

L'attuale dottrina della deterrenza è un genocidio programmato, che la Santa Sede all'ONU definisce "moralmente indifendibile e strategicamente insostenibile". Il nostro presupposto è opporre l'impulso vitale (Eros), che anela alla pace, con la cura e il senso di comunità, alla logica di annientamento (Thanatos), foriera di guerra, rispettando la vita universale. Una vita che si evolve il un unico ecosistema globale, cui la specie umana appartiene organicamente, mentre non è vera la posizione antropocentrica che la fa padrona di esso. Ecco la "terrestrità", che ci ricorda che siamo figlie e figli ancora nella pancia di Madre Natura; e che ogni forzatura dell'evoluzione, ogni brama di dominio è una ferita inferta a noi stessi.

Sulla scia delle riflessioni di Carlo Cassola, fondatore della Lega per il disarmo unilaterale, il nazionalismo e  il militarismo aggravano il quadro problematico della "condizione atomica", frutto - come si è detto - dell'Hybris animatrice della corsa alla potenza, nei seguenti modi.

Il nazionalismo (da distinguere, secondo alcuni, rispetto al patriottismo o al matriottismo) pone la nazione come valore supremo e fine ultimo, alimentando la logica della potenza come fine. Questo spinge ogni stato alla competizione e al desiderio di supremazia sugli altri, rendendo l'arma nucleare lo strumento definitivo per affermare questa superiorità, il simbolo estremo di questa deriva.

Il militarismo  promuove la forza armata non solo come strumento di difesa, ma come fulcro della vita sociale, politica ed economica. Esso giustifica le enormi spese militari (sottraendo risorse a bisogni reali) e la corsa agli armamenti, compresi quelli nucleari, come l'unica garanzia di sicurezza. Questo solidifica la convinzione che la minaccia di distruzione totale sia una base accettabile per la stabilità globale.

Sia il nazionalismo che il militarismo sono ideologie che esaltano il conflitto violento e la volontà di imporsi. La guerra e la preparazione alla guerra diventano inevitabili, se non addirittura desiderabili, per la grandezza nazionale. Cassola vedeva in queste ideologie la negazione del "senso del limite" e della coscienza dell'autodistruzione che l'era atomica impone. Se la sicurezza è fondata sulla potenza e sull'esercito (militarismo) a servizio della nazione (nazionalismo), l'escalation e l'uso dell'arma estrema sono considerati una possibilità legittima, non un tabù. 

La denuncia radicale di Cassola si concentrava sulla necessità di abolire la guerra e di perseguire il disarmo unilaterale, anche con obiettivi parziali, partendo proprio dall'eliminazione del nucleare. Nazionalismo e militarismo sono i principali ostacoli a questo "cambio di rotta" da noi richiesto. Essi richiedono la continua mobilitazione in funzione della minaccia esterna, legittimando l'esistenza stessa degli ordigni atomici e impedendo la cooperazione internazionale. Un movimento disarmista e pacifista che fa di una bandiera nazionale il suo emblema principe e caratteristico dovrebbe essere considerato ossimorico, una contraddizione in termini. 

Se il fine ultimo è la sopravvivenza dell'umanità intera, con la quale ci si identifica, è necessaria una visione universalista e la cooperazione e l'azione internazionale diventano la condizione necessaria per eliminare tutte le armi, a partire dal nucleare.

La sicurezza non può nascere dalla paura. Può nascere solo dalla fraternità universale, dalla cooperazione, dal riconoscimento dell'altro come parte di sé. Ritrovare questo sguardo è il primo passo per costruire una pace possibile. Questo imperativo morale deve tradursi in una strategia politica, attenta ai rapporti di forza, che mira a ridurre il rischio e creare fiducia, anche attraverso il metodo richiamato dei passi di disarmo unilaterale ("sii il cambiamento che vuoi vedere realizzato!").

Oggi, molte pratiche si definiscono nonviolente pur manifestando tendenze che ne negano il fondamento ideale ed etico della nonviolenza. Ci siamo già soffermati sulla assurdità di fare di una bandiera nazionale l'emblema distintivo del movimento pacifista: significa abbracciare contemporaneamente l'ideologia che alimenta il conflitto e il movimento che mira alla sua abolizione!

  • L'attuale deviazione consiste nell'adottare la logica politica della polarizzazione, dove il gruppo umano avversario non è un interlocutore da convertire, ma un "nemico" da cancellare (come nel caso degli slogan che chiedono la cancellazione di uno Stato, o la giustificazione di atti terroristici).

  • Quando gruppi che si definiscono nonviolenti arrivano a giustificare o minimizzare atti che negano la dignità umana (come i massacri di civili o la repressione interna ai movimenti), si verifica il fallimento etico. L'intolleranza verso chi propone il dialogo è l'applicazione della logica della guerra nel campo della pace.

  • Limitarsi a denunciare il male (la "polemica") con slogan estremisti ("blocchiamo tutto!") impedisce di sviluppare la profondità strategica necessaria. Si diventa reazionari a un evento, anziché proattivi con una proposta di cambiamento reale.

Riteniamo, in questa situazione di pratiche diffuse e non adeguatamente contrastate dalle direzioni nonviolente ufficiali, necessaria la rifondazione della nonviolenza organizzata: desideriamo che avvenga attraverso la riaffermazione del fondamento etico e l'integrazione di una strategia misurata e concreta.

Ovviamente, non si è obbligati a condividere il nostro giudizio sull' opportunismo politico rispetto a quello che, per altri che soppesassero in modo diverso le cose, viene visto solo come espressione di cautela nel rapportarsi verso una ondata emotiva da cui non si vuole restare isolati. Critiche nette potrebbero portare alla rottura dei ponti con una base vasta e trasversale di attivisti, perdendo rilevanza e capacità di mobilitazione.

Ma la nostra esperienza maturata nel tempo ci insegna che le semplificazioni demagogiche, per quanto efficaci nell'immediato, non reggono alla prova della durata. Quando un movimento non riesce a contenere le spinte fanatizzanti al proprio interno, rischia di trasformarsi in una caricatura di sé stesso. E così, anziché rafforzare la causa da cui è nato, finisce per indebolirla, tradendone lo spirito originario. Per questo riteniamo essenziale coltivare una cultura politica fondata sulla responsabilità, sulla misura e sulla coerenza etica. Solo così è possibile costruire percorsi credibili e duraturi, capaci di incidere davvero sulla realtà.

Proposte concrete per la sicurezza collettiva

Per operare questa rifondazione della nonviolenza organizzata, proponiamo quattro passi essenziali mediante campagne politiche per una sicurezza fondata sulla fraternità e i diritti umani:

  1. Proibizione nucleare e Non Primo Uso (NFU): aderire al Trattato TPNW e promuovere attivamente il Non Primo Uso (NFU). Questa misura non solo è etica, ma è un atto di lucidità analitica che contrasta il rischio di errore di calcolo dovuto all'IA, allungando i tempi di decisione e reintroducendo il controllo umano.

  2. Rilancio di Helsinki 2: costruire un quadro di sicurezza globale, inclusivo e multilaterale che superi la logica dei blocchi politico-militari (NATO/Russia/Cina). L'obiettivo è trasformare il welfare verso una sicurezza basata sul costituzionalismo globale, da realizzarsi come cittadini del mondo radicati nella terrestrità. In questa prospettiva, coinvolgere l'OSCE ad aprire, sotto l'egida dell'ONU, un tavolo negoziale tra Occidente e Russia su tutte le questioni di confine (circa 4.000 km) legate principalmente alle minoranze russe in vari Paesi dell'Europa orientale (in particolare in Estonia e Lettonia).

  3. Zona Libera da Armi Nucleari in Medio Oriente (NFZ-MENA): Agire per impedire l'espansione degli arsenali in una regione ferita, reindirizzando le priorità politiche verso la protezione della vita e la promozione della giustizia.

  4. Costituzione della Terra: l'idea di un Patto Costituzionale globale che imponga limiti e vincoli ai poteri statali e di mercato per tutelare i beni vitali (ambiente, pace, salute, vita) e garantire i diritti fondamentali di tutti gli esseri umani, rifondando il diritto internazionale. Il suo nucleo è la creazione di istituzioni di garanzia globali, affrancate dagli Stati, per imporre limiti ai poteri "selvaggi" degli Stati sovrani e dei mercati globali, e per rendere effettivi i diritti umani a livello universale. I diritti umani e sociali dovrebbero essere integrati dai diritti dell'umanità in quanto tale e dai diritti della Terra.

Per sviluppare un impegno laico e concreto, capace - seppur gradualmente - di contrastare la deriva bellica e il rafforzamento del sistema di guerra, proponiamo che l'Italia, in quanto parte integrante dell'Europa, possa farsi interprete di una svolta. A partire da una pressione dal basso, consapevole e organizzata, il nostro Paese potrebbe recepire e sostenere obiettivi che non solo sono eticamente fondati, ma anche politicamente plausibili e realizzabili.

1) Denuclearizzare sia in campo militare, sia in campo civile

2) Convertire le spese militari in investimenti sociali (beni comuni e pubblici) e in conversione ecologica: dire no alla guerra e sì alla pace significa considerare anche la guerra sociale ai beni comuni e l'utilizzo delle armi finanziarie come il debito.

3) Predisporre un modello di difesa che, nel rispetto dell'articolo 11 della Costituzione, attui il transarmo progressivo verso la resistenza nonviolenta quale capacità di opporsi all'ingiustizia con mezzi costruttivi, basati sulla forza dell'unione popolare.  

Alcune campagne in corso dei movimenti di base vanno sostenute ed aiutate ad acquisire una sponda istituzionale più salda, sicura, convinta:

1-  L'opposizione al ritorno del nucleare civile.

2- Object War per il diritto internazionale al non partecipare direttamente ai combattimenti armati. In particolare lanciare una forma di "obiezione alla guerra" che contrasti l'ambiguo ritorno (tra volontarietà, obbligatorietà, sorteggio) che si sta predisponendo alla mini-naja 

3- L'obiezione di coscienza nelle sue varie forme e modalità: oltre a quella al servizio militare di cui si diceva, le obiezioni alle spese militari, alle banche armate, alle produzioni e ai traffici bellici.

4- Il contrasto alla militarizzazione della scuola, dell'università, della ricerca scientifica. 

Il comitato per la liberazione del Mandela palestinese quale partner di pace

Per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese nell'ambito della più ampia partita mediorientale, è noto che proponiamo di creare una Ambasciata di pace in Palestina, con due uffici, uno a Tel Aviv e uno a Ramallah. La proposta va oltre la semplice mediazione e suggerisce un'azione diretta e strategica nel campo politico interno sia israeliano che palestinese, con l'obiettivo di alterare gli equilibri di potere a favore della pace. Marwan Barghouti è considerato una figura politica popolare e unificante per i Palestinesi, il cui rilascio è visto come il passo necessario per rimettere in piedi una leadership palestinese credibile e unitaria, capace di negoziare la pace. Sostenere le forze israeliane contrarie alla logica della guerra e dell'occupazione è inteso come un modo per rimuovere il blocco politico interno israeliano alla soluzione diplomatica, aprendo la strada a un vero processo di pace, oltre le tregue precarie e momentanee.

Per quanto riguarda il problema del disarmo di Hamas (e l'eventuale confluenza della sua dimensione politica nell'OLP), ci teniamo a sottolineare un punto, che sembra mancare ai più nel movimento pacifista, cioè le condizioni di legittimità di una resistenza armata, in un conflitto asimmetrico, ai sensi del diritto internazionale.

L'obbligo di rispettare il Diritto Internazionale Umanitario (DIU) è assoluto e incondizionato, e si applica a tutte le parti in conflitto, inclusi i gruppi di resistenza armata. 

Il Diritto Internazionale Umanitario (noto anche come diritto dei conflitti armati o Ius in bello) stabilisce le regole che devono essere rispettate durante un conflitto, indipendentemente dalle cause o dalla legittimità della guerra stessa (Ius ad bellum). Lo scopo fondamentale del DIU è limitare la sofferenza umana. Richiede che ogni combattente, in qualsiasi tipo di conflitto (simmetrico o asimmetrico), rispetti due principi cardine: 1) principio di distinzione: i combattenti devono sempre distinguere tra obiettivi militari e civili o beni civili. Gli attacchi diretti contro i civili o contro le infrastrutture civili sono crimini di guerra; 2) principio di proporzionalità la perdita di vite civili o i danni ai beni civili non devono essere eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso dall'attacco.

Lo statuto di combattente viene riconosciuto ad un gruppo che compie azioni armate se i suoi componenti si comportano da combattenti leciti, il che include il portare apertamente le armi e il rispettare il diritto internazionale umanitario - DIU.

I gruppi armati non statali (come la sezione specializzata di Hamas) sono vincolati dal DIU, in particolare dall'Articolo 3 Comune alle quattro Convenzioni di Ginevra e, se l'intensità del conflitto lo richiede, dal Protocollo Aggiuntivo II (per i conflitti armati non internazionali).  Attacchi contro i civili (come il lancio indiscriminato di razzi, l'uso di scudi umani, o gli attacchi diretti e premeditati contro non combattenti) costituiscono violazioni gravi del DIU, indipendentemente dalla legittimità politica della causa per cui si combatte.

Nel contesto di un conflitto asimmetrico (dove le forze e le risorse sono diseguali, come nel caso Israele-Hamas), il DIU mantiene la sua piena applicabilità a entrambe le parti. Le violazioni commesse da una parte (ad esempio, una potenza occupante) non giustificano o legittimano le violazioni commesse dall'altra parte (il gruppo di resistenza). Ogni parte è responsabile delle proprie azioni ai sensi del diritto internazionale.

In sintesi, la legittimità politica della resistenza (o il suo eventuale futuro politico come parte dell'OLP) è distinta e non annulla l'obbligo di operare secondo le regole del DIU. Il rispetto dei diritti umani dei civili è la condizione sine qua non per qualsiasi soggetto che ricorra alla forza, anche se per una causa considerata giusta. Affermare ciò è espressione di un principio universalista di civiltà e di diritto, proprio il contrario della manifestazione di un atteggiamento "giudicante" e "colonialista".

Il Diritto Internazionale Umanitario, codificato nelle Convenzioni di Ginevra, non è un codice morale imposto da una singola potenza o cultura. È un insieme di regole accettate e ratificate da praticamente tutti gli Stati del mondo (comprese nazioni che sono state colonizzate). L'obbligo di proteggere i civili, di distinguere tra combattenti e non combattenti e di trattare i prigionieri in modo umano sono considerati norme consuetudinarie universali e inderogabili (Ius cogens).

Le regole del DIU sono neutre rispetto alle cause del conflitto. Non giudicano chi ha ragione (Ius ad bellum), ma stabiliscono come si combatte (Ius in bello). Esigere il rispetto di tali norme significa chiedere l'applicazione di un patrimonio giuridico comune a tutti, superando la logica della vendetta o della giustificazione data dalla disperazione.

L'accusa di "colonialismo" suggerisce che si stia imponendo una norma occidentale/dominante per delegittimare la resistenza. Al contrario, l'affermazione che il DIU è incondizionato pone la vita e l'incolumità dei civili (sia propri che avversari) al di sopra di ogni considerazione strategica o politica. È la difesa dei diritti umani fondamentali dei non combattenti, che sono le prime vittime in qualsiasi conflitto asimmetrico.

Insistere sul fatto che il rispetto del DIU è la "condizione sine qua non" per chi usa la forza non è un giudizio sulla giustezza della causa, ma è la definizione di chi è un combattente legale in un conflitto moderno. Qualsiasi gruppo che non rispetta il DIU (ad esempio, attaccando deliberatamente i civili o usando scudi umani) si auto-colloca fuori dal quadro della legittimità giuridica internazionale, trasformando i propri atti in crimini di guerra, indipendentemente dall'asimmetria del conflitto.

Un atteggiamento veramente non-giudicante e non-colonialista deve evitare di cadere nella logica che il "fine giusto" (la liberazione) giustifichi "mezzi illegali" (l'attacco ai civili). Sostenere l'incondizionalità del DIU è un modo per proteggere la causa stessa della resistenza da contaminazioni estremiste e terroristiche dei movimenti di sostegno, le quali, come si è sottolineato, sono la caricatura della nonviolenza e minano ogni futuro politico credibile. 

Per un gruppo di resistenza come Hamas che aspira a diventare parte di un'entità statale legittima e riconosciuta (come l'OLP), dimostrare il rispetto per le leggi di guerra è essenziale. È un atto di lungimiranza politica e di impegno verso l'ordine internazionale futuro, non un segno di sottomissione. L'eventuale leadership di Barghouiti può fungere da motore e garante per questa evoluzione.

Struttura e Metodo: costruire Ponti, non slogan

La nostra aspirazione è dare vita a un centro di "nonviolenza poietica" (creativa), capace di generare pensiero e azione, superando l'isolamento e la semplificazione degli slogan. Vogliamo contribuire con discrezione e fermezza, offrendo un'alternativa che non si esaurisca nel gesto mediatico, ma che sappia costruire relazioni, visioni e percorsi condivisi.

Non ci riconosciamo in iniziative che privilegiano l'impatto scenico a scapito del dialogo, né in pratiche che escludono chi propone mediazione e ascolto. Crediamo invece in un cammino paziente, radicato nella storia e aperto al futuro. Come primo passo, proponiamo la nascita di un Laboratorio per la Sicurezza Umana (LSU): una piattaforma permanente di studio e proposta, che sappia coniugare analisi rigorosa e visione etica. Un luogo dove elaborare strumenti normativi e culturali, partendo da esperienze che ci hanno visto protagonisti: dal riconoscimento dell'obiezione di coscienza allo smantellamento degli euromissili sancito dal Trattato INF del 1987. 

Altre idee da potenziare:

- la rivista Il Sole di Parigi

- una newsletter

- una web radio

- la Rete per l'educazione alla terrestrità con la Biblioteca della Dignità in via Pichi

Per questo ci ritroviamo in Assemblea a Roma, l'8 dicembre, con l'intento di avviare questa auspicata "rifondazione della nonviolenza organizzata".

Vogliamo tornare a pensare la pace come progetto concreto, legato alla dignità e alla Terra. E farlo insieme, con sobrietà, con coraggio, con responsabilità.

Questa proposta dell'8 dicembre a Roma "per la rifondazione nonviolenta" va considerata una semplice ipotesi di lavoro, che nasce però non da elucubrazioni estemporanee. Mettendola in circolo la si sottopone a verifica tra amiche/i e compagne/i di cammino, in questo modo attuando già quella cultura del dialogo che si sta invitando a promuovere. Si è infatti pienamente consapevoli che la rifondazione della nonviolenza organizzata non può essere un atto solitario e improvvisato: deve nascere da un processo condiviso, capace di interrogarsi, ascoltare, correggersi. La priorità della sopravvivenza globale, posta come alternativa al militarismo e al nazionalismo, è un principio alto che porta a fare i conti innanzitutto con la deterrenza "atomica", da superare con la denuclearizzazione, sia militare che civile. Perché diventi movimento politico organizzato deve essere tradotto in costruzione di reti di rapporti, in linguaggi accessibili, in una collocazione di alleanze credibili.

L'assemblea dell'8 dicembre, se ci sarà in quella data, se ci sarà, dovrebbe essere un momento fondativo, tale da segnare l'inizio di una nuova fase. Ma perché sia riconosciuto come tale, dovrebbe essere preceduto da un lavoro di tessitura; coinvolgimento, riflessione, apertura. Sottoporre l'idea a verifica non è segno di debolezza, ma di responsabilità politica. Significa non dare nulla per scontato, non imporsi, ma proporre. E lasciare che la proposta venga accolta, trasformata, arricchita.

Esiste il problema dei gruppi già organizzati e qui si intende ribadire che non si tratta di imporre nulla dall'esterno ma di proporre una ipotesi di soluzione ai problemi che già questi gruppi sentono, e dichiarano di sentire, se si ascolta il loro dibattito interno. Noi riconosciamo il valore e la storia di questi gruppi. Rappresentano una insostituibile eredità morale e politica: pensiamo al MN di Capitini, alla LDU di Carlo Cassola, alla tradizione di Pax Christi... Essi stessi ci pare riconoscano che, nonostante la profonda tradizione e i principi inattaccabili, la nonviolenza organizzata non riesce più ad incidere significativamente sulla politica nazionale. Siamo frammentati e i decisori ci ignorano. La nostra responsabilità politica è ammettere che la configurazione e la struttura attuali non sono all'altezza della gravità della crisi. Un modo di procedere, dopo l'assemblea dell'8 dicembre, o di quando sarà, è quello di pensare possibile non la richiesta un'adesione totale e permanente da subito ai gruppi già organizzati, ma l'avviamento di esperimenti congiunti e reversibili. Si potrebbe chiedere un Tavolo di Convergenza Tematica (non strutturale): la proposta sarebbe non una fusione, ma la creazione di un "Comitato di verifica e azione congiunta" dedicato a una singola, ma urgente, tematica (es. "l'Iniziativa per Helsinki 2" o "l'Ambasciata di Pace per Barghouti").
Metodo di lavoro: bisogna dichiarare esplicitamente che questo Comitato lavorerà secondo il principio: "Sottoporre l'idea a verifica (in comune) non è segno di debolezza, ma di responsabilità politica."
Principio del risultato misurabile: l'obiettivo di questo tavolo non è produrre un documento ideologico, ma un'azione politica concreta e misurabile. La nonviolenza non è solo contenuto, ma anche forma. E la forma che si vorrebbe adottare — dialogica, inclusiva, riflessiva — è già parte della rifondazione. È il segno che non si cerca una nuova etichetta, ma una nuova sostanza.



Costruire la Pace, "disarmata e disarmante",  rifondare un polo nonviolento

Proposte concrete per una sicurezza umana nel "costituzionalismo globale"

La pace non si impone. Si costruisce.
Con gesti misurati, ma convinti, con parole responsabili, con scelte che guardano al futuro.

Le proposte che avanziamo nascono da questa convinzione.


Sono semplici, ma essenziali:

  • Proibire le armi nucleari, aderendo al Trattato TPNW e promuovendo il principio del Non Primo Uso
  • Rilanciare Helsinki, per una sicurezza fondata sulla fraternità e sui diritti umani, non sulla minaccia.
  • Creare una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente, per restituire speranza a una regione ferita.
  • Fare adottare una Costituzione della Terra.

Questi passi traducono un imperativo morale - non uccidere, rispetta la vita universale! - in una strategia politica concreta.
Una strategia che spegne gli antagonismi violenti, riduce il rischio, favorisce il dialogo e apre la strada a una sicurezza condivisa.

La nostra identità è quella di cittadini del mondo, radicati nella terrestrità.
Crediamo che ogni essere umano abbia diritto a vivere senza il peso di una minaccia nucleare, che è un genocidio programmato.
E che l'Italia, in questo cammino, possa essere voce di pace e di responsabilità.

Non ci interessa la polemica.
Ci interessa la possibilità di aprire la porta a speranze.
La possibilità di incontrarsi, di ascoltarsi, di cercare insieme una via d'uscita. Di essere "aggiunta nonviolenta" e "nonviolenza poietica".

La pace non nasce dal rifiuto dell'altro, ma dal riconoscimento reciproco.
Non si costruisce con slogan, ma con compromessi coraggiosi.

In conclusione, crediamo che il dialogo sia l'unica strada.
Una strada difficile, certo.
Ma è la sola che non porta al baratro.
E per questo, è la sola che valga la pena percorrere.

Per questo noi che condividiamo questi contenuti ci riuniamo in Assemblea a Roma l'8 dicembre. Avviamo la costruzione di un nuovo soggetto che opererà una rifondazione della nonviolenza organizzata in Italia.

Idee per la rifondazione del polo nonviolento l'8 dicembre

La rifondazione deve superare lo sloganismo e l'isolamento, diventando, possibilmente, con il tempo che ci vuole, un attore rilevante e "disarmante" nel dibattito politico e sociale italiano.

1. Struttura organizzativa: dal movimento al soggetto politico-culturale

Per essere un polo "aggiunta nonviolenta" e "nonviolenza poietica" (creatrice), il nuovo soggetto deve distinguersi dai comitati ad hoc o dai movimenti emotivi.

  • Creazione del "Laboratorio per la Sicurezza Umana" (LSU):

    • Funzione: istituire una piattaforma permanente che non si limiti alla protesta, ma produca analisi e proposte normative sui temi del disarmo (nucleare, IA, armi convenzionali) e della sicurezza collettiva.

    • Composizione: unire esperti (giuristi, diplomatici, scienziati, teologi morali) con attivisti di base. L'assemblea dell'8 dicembre potrebbe votare la sua costituzione e il primo nucleo direttivo.

  • Adozione di una "Carta del Dialogo":

    • Principio operativo: codificare il principio del "riconoscimento reciproco" e del "compromesso coraggioso" come metodo vincolante per l'azione interna ed esterna. Questo distingue immediatamente dai movimenti intolleranti ("teste di coccio").

    • Esempio: dichiarare esplicitamente che il dialogo non è con chi propone la violenza o la cancellazione dell'altro, ma con chi si impegna per la coesistenza e il Diritto Internazionale.

2. Strategia comunicativa: dallo slogan alla proposta responsabile

Per contrastare la polemica e lo sloganismo, la comunicazione deve essere misurata, responsabile e orientata al futuro.

  • Lancio della Campagna "Italia senza minaccia":

    • Focus: Rendere i concetti di TPNW e Non Primo Uso (NFU) accessibili al cittadino comune. La campagna non deve chiedere solo "la pace", ma "la fine della minaccia".

    • Obiettivo: raccogliere firme per una Proposta di Legge di Iniziativa Popolare (o una risoluzione parlamentare) che impegni l'Italia a promuovere attivamente il NFU nei consessi NATO e internazionali, trasformando il nostro "imperativo morale" in un atto politico.

  • Mediazione e "contenimento":

    • Ruolo pubblico: posizionarsi come mediatori etici nel dibattito. Quando sorgono polemiche estreme (es. come nel conflitto israelo-palestinese), intervenire non per schierarsi con gli slogan, ma per riportare la discussione sui principi di sicurezza umana, diritto internazionale e dialogo per la coesistenza (come il supporto alla leadership Barghouti o alla NFZ-MENA).

    • Slogan esempio: Sostituire la retorica della protesta con quella della responsabilità: "Non ci interessa la polemica, ci interessa la possibilità (di agire)."

3.  Azioni Concrete Immediatamente Dopo l'8 Dicembre

L'assemblea deve definire i primi gesti che dimostrino la solidità e la concretezza del nuovo soggetto:

  • Seminari Tecnici su "Helsinki 2":

    • Organizzare una serie di incontri di alto livello (coinvolgendo ex-diplomatici, accademici) per elaborare un documento di proposta italiano per una nuova architettura di sicurezza collettiva. Questo dimostra che la proposta di Helsinki non è utopia, ma un piano operativo.

  • Focus regionale sulla NFZ-MENA:

    • Promuovere un network di associazioni e comuni italiani che chiedano al Governo e al Parlamento un impegno formale per l'organizzazione della Conferenza sulla Zona Libera da Armi Nucleari in Medio Oriente. Questo traduce l'ideale in azione di politica estera localizzata.

  • Metodo dei "passi unilaterali" come esempio:

    • Lanciare una campagna interna (per i membri del nuovo polo) di "Disarmo personale" (es. boicottaggio consapevole di prodotti legati all'industria bellica, impegno a non usare linguaggi di odio/violenza) che testimoni il principio del "sii il cambiamento che vuoi vedere realizzato" prima di chiederlo agli Stati.

L'assemblea dell'8 dicembre dovrebbe quindi non solo votare i principi, ma stabilire la struttura (LSU), la strategia comunicativa (Campagna NFU) e i primi impegni operativi (Helsinki 2 / NFZ-MENA).


Luigi Mosca 

Una sicurezza degli uni contro gli altri o una sicurezza comune dell'umanità?

« Oh Barbara, quelle connerie la guerre » (Jacques Prévert)


Stiamo assistendo a un massiccio riarmo, sia convenzionale che nucleare, e anche, da alcuni anni a questa parte, a un indebolimento, persino allo smantellamento, di tutta una serie di istituzioni e trattati internazionali che erano stati gradualmente istituiti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Perché? Per cercare di rispondere a questa domanda, dobbiamo tornare almeno al periodo immediatamente successivo alla dissoluzione dell'Unione Sovietica: erano gli inizi degli anni Novanta, la fine della Guerra Fredda e anche la dissoluzione del Patto di Varsavia, che avevano aperto grandi speranze che un periodo di pace sarebbe finalmente arrivato. Nell'arco di circa dodici anni, si è effettivamente verificato un riavvicinamento costruttivo tra la Russia e il resto dell'Europa, al punto che nel 1997 è stato firmato l'Atto Fondativo NATO-Russia e la Russia era in trattative per entrare a far parte della NATO!

La seconda guerra in Iraq del 2003, scatenata dagli Stati Uniti e dalla NATO, non solo senza un mandato ONU e sulla base di una menzogna assoluta, ma anche senza consultare la Russia, che in realtà stava collaborando con la NATO, ha causato un cambiamento di 180° nella posizione di Putin nei confronti dell'Occidente. (Per maggiori informazioni, si veda l'eccellente documentario "PUTIN, NATO and EUROPE" su Arte – "Le dessous des cartes").

Poi, la rapida espansione della NATO verso est fino a raggiungere 30 stati membri, con la prospettiva di aggiungere Ucraina e Georgia (vertice NATO del 2008 a Bucarest), costituì per la Russia un palese tradimento della promessa fatta da diversi leader occidentali (Kohl, Mitterrand, la signora Thatcher e Manfred Wörner, Segretario generale della NATO) a Gorbaciov di non espandere la NATO oltre una Germania riunificata.

La guerra in Ucraina, scatenata da Putin, è una delle conseguenze di questo processo, ma è anche fermamente condannabile in quanto viola il Memorandum di Budapest (1994) e il diritto internazionale, con la ripetuta minaccia dell'uso di armi nucleari e, quindi, con il rischio spaventoso di una deriva verso una guerra globale. 

Questo esempio illustra chiaramente come, per raggiungere l'eliminazione effettiva e totale delle armi nucleari, sia essenziale considerare il contesto geopolitico, data l'interconnessione di queste realtà! La reazione dell'Unione Europea e della NATO a tutto ciò consiste nell'attuale corsa al riarmo totale, ulteriormente aggravata dalla recente posizione di Donald Trump nei confronti della NATO in Europa. 

Perché non proporre, allora, di aprire un tavolo negoziale tra Occidente e Russia su tutte le questioni di confine (circa 4.000 km) legate principalmente alle minoranze russe in vari Paesi dell'Europa orientale (in particolare in Estonia e Lettonia, dove un terzo della popolazione è di origine russa, metà della quale è costretta all'apolidia!): altrettante "bombe a orologeria", la prima delle quali è già esplosa in Ucraina. Per riuscirci, bisogna convincere l'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) a compiere un passo del genere, naturalmente sotto l'egida dell'ONU: riprendere un dialogo interrotto bruscamente una ventina di anni fa. In altre parole, si tratta di passare da una "cultura del nemico", un approccio "perdente-perdente", a una "cultura della cooperazione", un approccio "win-win", e quindi molto più desiderabile per tutti!

Questa "cultura del nemico" è la causa di molte guerre: a sua volta, è spesso generata dall'hybris (un'eccessiva volontà di potenza) dei leader di vari imperi, vecchi, nuovi o rinnovati. (Si veda, ad esempio, il termine "full spectrum dominance" nella dottrina statunitense). In realtà, i veri nemici di ogni stato non sono gli altri stati; i veri nemici sono comuni a tutti gli stati e sono: il cambiamento climatico, la distruzione accelerata della biodiversità, l'inquinamento ambientale, la fame e la povertà nel mondo, le epidemie, ecc. È per affrontare efficacemente questi nemici comuni che dobbiamo impegnare tutto il potenziale dell'umanità in intelligenza, iniziative di solidarietà, creatività... e non in una corsa sfrenata agli armamenti di ogni tipo.  

Un partenariato rinnovato tra Unione Europea e Russia faciliterebbe anche un processo di disarmo nucleare, anche se per completarlo sarà essenziale promuoverlo all'interno del 'club' delle nove potenze nucleari: e spetterà a noi, società civile, sensibilizzare sul fatto che il rischio di una guerra nucleare, anche accidentale o per errore, è chiaramente a un livello inaccettabile, in primo luogo per loro stessi (!), mentre l'umanità si avvicina alla guerra nucleare di tre secondi, secondo il Doomsday Clock (l'Orologio dell'Apocalisse degli scienziati atomici).    

Passando ora all'indebolimento, persino al graduale smantellamento, di un intero insieme di istituzioni e trattati internazionali: si tratta di un processo di estrema gravità. Dopo ciascuna delle due guerre mondiali, fu pronunciata la dichiarazione: "mai più la guerra", e per questo motivo furono create istituzioni internazionali (la Società delle Nazioni dopo la Prima Guerra Mondiale e l'ONU dopo la Seconda), proprio per fare tutto il possibile per evitare nuove guerre, e soprattutto un'altra guerra mondiale, attraverso processi negoziali in cui sarebbero sorte nuovamente delle controversie.

Tuttavia, stiamo assistendo a una sorta di graduale paralisi dell'ONU, dovuta in particolare alla natura antidemocratica del suo Consiglio di Sicurezza e alle inadeguatezze della sua "forza di pace" (i "caschi blu"), tanto che il ruolo dell'ONU appare del tutto marginale nei tentativi di mediazione nelle guerre in corso.

Allo stesso modo, i trattati riguardanti le armi più disumane – chimiche, batteriologiche, bombe a grappolo, mine antiuomo e soprattutto armi nucleari – vengono indeboliti (come il TNP) o aboliti (come l'importante Trattato INF sulle forze nucleari a raggio intermedio, firmato nel 1987 tra Reagan e Gorbaciov), e l'elenco è in realtà molto più lungo… ad esempio, Finlandia e Svezia hanno appena annunciato il loro ritiro dal Trattato sulla messa al bando delle mine antiuomo, citando come giustificazione la loro necessità di difesa contro il "nemico russo"!   

In conclusione, il lavoro deve procedere lungo due linee complementari:

sostituire la "cultura del nemico" con una "cultura del dialogo, della negoziazione e della cooperazione", fondamento di una pace giusta e duratura, attraverso campagne di sensibilizzazione e iniziative diplomatiche basate sul multilateralismo; e, in secondo luogo, "rivitalizzare" le istituzioni e i trattati internazionali per invertire l'attuale tendenza al ritorno a un regime westfaliano (1648) in cui ogni Stato, pienamente sovrano, cerca di prevalere sugli altri in una serie di guerre senza fine.

Il ruolo della società civile deve essere dispiegato lungo queste due linee: direttamente, sensibilizzando l'opinione pubblica, e indirettamente, stimolando processi diplomatici pertinenti a ogni situazione di crisi nel mondo. E, riecheggiando il titolo di questo articolo, è importante ricordare l'affermazione di Gorbaciov: "Se uno Stato vuole essere sicuro, deve prima contribuire alla sicurezza degli altri Stati". Tuttavia, la deterrenza nucleare produce esattamente l'opposto!

Il desiderio di movimento contro i Re e le loro Guerre

*** da Il Manifesto - online 1 novembre 2025 - 

La mobilitazione La domanda che ci deve assillare allora è: come si fa a fare come la Flotilla ogni giorno? Come facciamo a mettere in pratica la speranza, a incarnare una possibilità? A diventare un attore collettivo in grado di cambiare le cose?

In Italia, per la prima volta dopo anni, un movimento ampio e popolare ha scosso la politica e le istituzioni fino alle fondamenta, incrinando la rassegnazione. Con la Flotilla si è sentita un'aria nuova: un soffio potente, moltitudinario, capace di attraversare confini e piazze. La Palestina ci ha mostrato, più di ogni altra fase storica, di cosa sono capaci il capitale, il patriarcato, la nazione, la religione: macerie e devastazione.

TUTTE LE GUERRE in corso stanno trasformando il capitale, spingendolo verso la corsa agli armamenti, modificando economie e destini, compreso quello dell'Europa. Oggi infatti è questo il volto dell'Europa: armi e controllo, mentre ogni visione ecologica e sociale viene rimossa. Ma la guerra in Palestina è andata oltre, mostrando non solo la lunga storia di oppressione e ribellione, ma anche il presente e il futuro possibile del pianeta. Se quella vista a Gaza è la misura dell'annientamento che si può raggiungere su questa Terra, a essa vogliamo contrapporre un desiderio di vita diverso. Questo desiderio di vita ha attraversato le maree degli ultimi anni, da quelle climatiche a quelle trans-femministe, e tutto possiamo dire fuorché sia sopito dopo le straordinarie piazze di settembre e ottobre.

LE COMPLICITÀ del governo italiano — e di tanti altri — con il sistema che sostiene il genocidio e il colonialismo d'insediamento ci mostrano chiaramente contro cosa e chi lottare, e che non siamo soli. Hanno dichiarato una tregua, ma se i governi restano gli stessi, chi può credere alla durata delle tregue e delle paci? E soprattutto chi può credere a una "pace" armata durante la quale si continua ad utilizzare la fame come arma di morte, durante la quale apartheid, violenza coloniale e normalizzazione del genocidio si rafforzano unitamente a chi ha reso possibile tutto questo?

LA DOMANDA non riguarda solo la Palestina ma anche noi che abbiamo — per quanto ancora? — il privilegio di lottare. Le cronache di questi giorni ci mostrano come il governo Meloni vuole imporre la sua finanziaria di guerra: sfratti eseguiti con violenza brutale, polizia a garantire l'agibilità politica dei neofascisti fuori le scuole, università messe sotto controllo governativo, mentre la precarietà e la compressione salariale acuiscono la ricattabilità. Nella pausa delle mobilitazioni di questi giorni abbiamo visto il colpo di coda di forme di squadrismo e della stretta repressiva, di cui il dl Sicurezza è l'espressione massima.

ECCO LA SVOLTA autoritaria e la democrazia di guerra già all'opera. La domanda che ci deve assillare allora è: come si fa a fare come la Flotilla ogni giorno? Come facciamo a mettere in pratica la speranza, a incarnare una possibilità? A diventare un attore collettivo in grado di cambiare le cose? Come costruiamo dunque mobilitazioni grandi ed efficaci, ora che lo sciopero – convergente – è tornato a essere uno degli strumenti più importanti nelle nostre mani? Senza alcun determinismo pensiamo che per tutti gli scioperi dell'autunno, e oltre, il tema sia la generalizzazione che parte dalle città, dai territori, dalle tante contraddizioni e dalle tensioni sociali internazionali e del paese.

ABBIAMO SCRITTO questa lettera per aprire uno spazio di possibilità. Per questo proponiamo di incontrarci in assemblea a Roma il 15 novembre. Se dall'assemblea nascerà davvero un rilancio in avanti, non saremo più solo queste e questi, ma molte e molti di più — con un metodo organizzativo tutto da inventare, ma con la convergenza e l'ambizione di dare forma a grandi progetti comuni. Proprio perché la crisi è sistemica, noi non siamo per un nuovo governo, siamo per un mondo nuovo. Al contempo è innegabile il ruolo del governo Meloni nel costituire una triangolazione nera con Trump e Netanyahu, pronta ad annichilire ogni movimento sociale.

CONDIVIDIAMO una prima idea da discutere insieme: stare all'interno di una processualità già in corso, che incrocia le piazze climatiche, transfemministe e degli scioperi per arrivare a opporci a una legge di bilancio fondata sulla guerra, il militarismo e lo sfruttamento. Il governo Meloni siede allo stesso tavolo dei nuovi autonominati "Re" perciò, per tutte le ragioni esposte, tutte e tutti noi abbiamo il diritto di affermare che il "re è nudo" e vogliamo avere il nostro No Kings Day: non si tratta di mutuare esattamente le caratteristiche del movimento statunitense, né di regalare alla figura di Meloni una centralità personale che del resto non le riconosciamo. Si tratta di continuare ad affiancare al generale il generalizzato, all'internazionale il "qui e ora" e di dare alla lotta tappe convergenti e generalizzanti. Di costruire insieme la risposta alla svolta autoritaria italiana, all'economia di guerra e allo sfruttamento per aprire un orizzonte nuovo.

PER QUESTO ci diamo come arco temporale le prime due settimane di dicembre per una giornata che possa segnare la storia d'Italia e d'Europa, per un continente di pace, ecologico e non più complice del sistema di morte.

*Primi firmatari: Giorgina Levi (Global Movement to Gaza), Maria Elena Delia (Global Movement to Gaza), Dario Salvetti (Collettivo di Fabbrica Ex Gkn), Raffaella Bolini (Arci Nazionale), Christopher Ceresi (Municipi Sociali Bologna), Francesca Caigo (Centri Sociali del Nord Est), Valentina D'Amore (Csa Astra/ Brancaleone), Marino Bisso (Rete No Bavaglio), Elena Mazzoni (Rete dei Numeri Pari), Demetrio Marra (Csa Lambretta, Anita Giudice (Laboratorio Sociale Alessandria), Marco Bersani (Attac Italia), Francesco Paone (Spazi sociali Reggio Emilia), Nicola Scotto (Laboratorio Insurgencia – Napoli), Roberto Musacchio (Transform Italia), Flavia Roma (Esc Atelier Autogestito), Angela Bitetti (Casale Garibaldi), Thomas Müntzer (Communia), Alberto Campailla (Nonna Roma)



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