Giornalismo nonviolento: contenuti e linguaggio "disarmati e disarmanti"
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DUE WEBINAR ORGANIZZATI SUL TEMA: L'8 DICEMBRE E IL 21 DICEMBRE. IL PEACE JOURNALISM COME CODIFICATO DA JOHAN GALTUNG. GLI INTRECCI CON LA COMUNICAZIONE - E LA FORMAZIONE/EDUCAZIONE - NONVIOLENTA. AGGIORNAMENTO - in fondo alla pagina - SULLA "ECCEZIONE" DEI DISARMISTI ESIGENTI (8 DICEMBRE 2025)

Webinar del 21 dicembre che riprende e approfondisce la discussione dell'8 dicembre. Dalle ore 18:00 alle ore 20:00.
Titolo: "Parole che disarmano: Peace Journalism e Comunicazione nonviolenta per una nuova narrativa di pace". Piattaforma Zoom.
Link per partecipare: https://us06web.zoom.us/j/89184728319?pwd=3nmj7ek4bfoliaZ3fIxeGr54ICzUjb.1
Il seminario online, che continua in modo più focalizzato il lavoro dell'8 dicembre sulla rifondazione innovativa della nonviolenza, mira a creare una sinergia operativa tra due approcci fondamentali: il Peace Journalism, che concepisce e pratica una informazione orientata a superare la logica del conflitto, e la Comunicazione Nonviolenta (CNV), che offre gli strumenti per trasformare le relazioni e i bisogni insoddisfatti.
Il panel è già composto da Alfonso Navarra (Disarmisti Esigenti) e Paola Russo (Percorsi Empatici, esperta CNV).
Trovi esposta più estesamente la proposta nel file allegato e al link che attua il nostro work in progress: https://comunicazione-nonviolenta.webnode.it/l/pj-cnvperlinguaggiodipace

Ne abbiamo già discusso, di queste tesi sul giornalismo "disarmato e disarmante", l'8 dicembre, insieme ad altri argomenti, dalle 18:15 alle 20:15, affrontando un aspetto che illumina in modo significativo il tema della nonviolenza. Ci siamo interrogati su quanto sia davvero utile, per chi lavora alla costruzione della pace, soffermarsi sui massacri e sulle reciproche violenze, invece di valorizzare le esperienze di dialogo e di incontro tra le parti in conflitto. L'obiettivo generale dell'incontro, va precisato, è stato l'esigenza di innovare la nonviolenza per una rifondazione necessaria: occorre capire perché la convinzione che sia la forza più potente ed efficace oggi è messa in dubbio nel mondo pacifista, che pure la omaggia a parole. Parte delle responsabilità potrebbero risiedere proprio nel come, noi gruppi "storici", la concepiamo e pratichiamo...
Il link per partecipare alla riunione Zoom di lunedì 8 dicembre:
https://us06web.zoom.us/j/81892972669?pwd=WBCJ9Kxba7mSuYa69XPoJguFAoafvI.1
ID riunione: 818 9297 2669 - Codice d'accesso: 271519
Il giornalismo nonviolento, pur non essendo un metodo formalmente codificato come la Comunicazione Nonviolenta (CNV) di Rosenberg, può essere definito come un approccio all'informazione che applica i principi di Ahimsa (non-danneggiamento) e Satyagraha (forza della verità) di Gandhi, concentrandosi sulla comprensione dei bisogni e la ricerca di soluzioni, anziché sulla polarizzazione e la sensazionalizzazione.
Ecco i principi chiave che potrebbero definire il giornalismo nonviolento:
1. Concentrarsi sulla struttura, non sulla contesa ("Principio strutturale")
Identificare e rivelare i bisogni: andare oltre la denuncia delle azioni immediate e identificare i bisogni umani universali (es. libertà, sicurezza, dignità, riconoscimento) che sono insoddisfatti e che guidano il conflitto.
Contestualizzazione completa: non limitarsi a riportare chi ha fatto cosa, ma fornire il contesto storico, sociale ed economico che ha portato all'evento. Rifiutare le narrazioni semplicistiche che dividono le parti in "buoni" e "cattivi."
Denunciare la violenza strutturale: riconoscere e denunciare non solo la violenza visibile (guerra, terrorismo) ma anche la violenza strutturale (povertà, disuguaglianza, discriminazione sistemica) che è spesso la radice del conflitto.
2. Sostenere l'empatia e il dialogo ("Principio relazionale")
Dare voce a tutte le parti: dare spazio equo alle voci di tutte le parti in conflitto, le "vittime" in primo luogo, ma anche agli "oppressori", ai mediatori e, soprattutto, ai cittadini comuni che cercano soluzioni.
Uso consapevole del linguaggio: evitare il linguaggio che polarizza o demonizza. Utilizzare termini che descrivano i fatti e l'impatto della sofferenza, piuttosto che etichette morali o giudizi (es. descrivere la violenza senza usare un'etichetta legale definitiva se non confermata, per mantenere aperto il dialogo).
Rifiuto della sensazionalizzazione: non focalizzarsi sui dettagli più violenti o sanguinosi al solo scopo di aumentare l'audience (giornalismo della tragedia), ma riportare la sofferenza con dignità e rispetto.
3. Orientamento alla soluzione ("Principio costruttivo")
Coprire le iniziative di pace: invece di concentrarsi unicamente sul fallimento dei negoziati o sull'escalation, dedicare spazio e attenzione alle iniziative di pace, mediazione e riconciliazione in corso, anche se su piccola scala (es. gruppi di collaborazione palestinesi/israeliani e non solo foto di massacri).
Rappresentare la complessità: riconoscere che le soluzioni sono raramente binarie. Evitare di ritrarre la pace come l'assenza di guerra; mostrare invece il processo complesso e incrementale attraverso cui le relazioni vengono ricostruite.
Responsabilità del lettore/ascoltatore: fornire ai lettori e agli ascoltatori informazioni che li rendano cittadini attivi e informati sulla possibile risoluzione del conflitto, piuttosto che spettatori passivi e spaventati.
In conclusione, mentre il giornalismo tradizionale spesso utilizza il conflitto come prodotto (attraverso la logica della contesa e del dramma), il giornalismo nonviolento, che personalmente chiamo provocatoriamente "antigiornalismo", cerca di usare la sua influenza per promuovere il dialogo e individuare il terreno comune necessario per una pace duratura. Tenendo sempre presente la massima: una "brutta pace" (= tregua militare in cui tacciono le armi) è sempre meglio di una bella guerra (= l'accanimento sanguinoso e devastatore con cui si difendono i confini ritenuti "giusti").


Come insegnava Mahatma Gandhi, la relazione tra la condotta e l'obiettivo è inseparabile e causale:
"Il mezzo è come il seme, il fine come l'albero."
Lo crediamo davvero?
Qui di seguito un suggerimento per dimostrarlo.
A Comiso possiamo piantare un seme di speranza che si svilupperà in un albero di pace.
Dona per l'acquisto del terreno su cui sorge la Peace pagoda di Comiso: tieni viva la memoria viva della nonviolenza "poietica",
Esistono due problemi pratici immediati per completare il progetto Pagoda:
1) acquistare il terreno su cui si erge pagando 35.000 euro entro il marzo 2026. La raccolta fondi è andata avanti e restano circa 5.000 euro per raggiungere l'obiettivo.
2) completare alcuni adempimenti urbanistici. Morishita diventa intestatario personale del terreno e poi lo dona – ancora non ha deciso - o all'Ordine monastico cui appartiene o al Comune di Comiso.
Si può contribuire all'acquisto versando sul conto corrente intestato a LOC Lega Obiettori di Coscienza - Via Mario Pichi, 1 – 20143 Milano (MI). IBAN: IT39L0760101600000013382205 (Specificare nella causale: acquisto terreno Peace Pagoda Comiso)
IL PEACE JOURNALISM COME CODIFICATO DA JOAHN GALTUNG: I DIECI PRINCIPI
Il Peace Journalism (PJ) come codificato dal ricercatore della pace Johan Galtung è un insieme di principi attivi che trasformano il modo in cui il conflitto viene narrato. Questi principi sono spesso presentati nei manuali didattici come una guida pratica per i giornalisti.
In sostanza, il Peace Journalism sposta l'obiettivo del reportage: dal campo di battaglia al campo di pace, e dalle vittorie/sconfitte alla possibile trasformazione e alla riconciliazione.
Ecco, in tre tabelle, un riassunto dei 10 principi fondamentali del Peace Journalism, suddivisi in categorie che riflettono l'approccio di Galtung alla trasformazione dei conflitti.



Cos'è il Peace Journalism (PJ)?
Il Peace Journalism (Giornalismo di Pace), codificato dal sociologo norvegese Johan Galtung, si propone come un'alternativa radicale e costruttiva al tradizionale War Journalism (Giornalismo di Guerra), e trova le sue radici profonde negli insegnamenti di Mahatma Gandhi.
Il Peace Journalism è un modello e una teoria del reportage che mira a trattare le notizie di guerra e conflitto con equilibrio, profondità e orientamento alla soluzione, contrastando il pregiudizio a favore della violenza che spesso caratterizza il giornalismo tradizionale.
In sintesi, il PJ è:
Orientato al conflitto e alla pace: non si focalizza solo sulla violenza e sulle vittime immediate, ma esplora le cause strutturali e culturali del conflitto (violenza diretta, strutturale e culturale) e le opportunità di trasformazione nonviolenta.
Orientato alle persone (People-oriented): dà voce alle parti marginalizzate e alle iniziative di pace a livello di base, non limitandosi a fonti ufficiali o élite al potere.
Orientato alla verità (Truth-oriented): Cerca i fatti da tutte le fonti e rifiuta la propaganda, evitando la narrazione binaria e semplificata di "noi contro loro" o "buoni contro cattivi".
Orientato alla soluzione (Solution-oriented): evidenzia le proposte di pace, mediazione, negoziazione e riconciliazione, concentrandosi sulle possibilità di un risultato "win-win" (vantaggioso per tutti) anziché sulla vittoria di una parte sull'altra.
Galtung definisce il PJ come un modo per "fornire opportunità alla società in generale di considerare e apprezzare le risposte nonviolente al conflitto".
L'Applicazione degli Insegnamenti di Gandhi
L'opera di Galtung si sviluppa direttamente dagli insegnamenti di Gandhi sulla nonviolenza e la trasformazione dei conflitti. Galtung stesso definì Gandhi un "conflictologo" (uno scienziato dei conflitti).
Il Peace Journalism riprende i concetti gandhiani fondamentali in modi pratici:
Satyagraha (aderenza alla Verità). Il PJ è orientato alla verità; mira a svelare le menzogne e la propaganda di tutte le parti, fornendo un contesto completo e profondo che superi la narrazione superficiale e sensazionalistica tipica del "War Journalism".
Ahimsa (nonviolenza). Il PJ promuove la nonviolenza coprendo le iniziative di pace, le soluzioni nonviolente e il potenziale di risoluzione costruttiva del conflitto, anziché esaltare la violenza e gli attori militari.
Servizio (selfless service). Gandhi credeva che lo scopo del giornalismo dovesse essere il servizio alle persone e l'educazione del popolo. Il PJ si concentra sulle voci delle persone comuni, sull'impatto umano del conflitto e sul benessere della società, piuttosto che sugli interessi delle élite.
Trasformazione del conflitto. Per Gandhi, il conflitto è un'opportunità per cercare la verità (Satyagraha) e costruire una nuova armonia. Il PJ tratta il conflitto come una situazione con obiettivi incompatibili che può essere trascesa per raggiungere un accordo più profondo, anziché essere semplicemente repressa con la forza.
Il Peace Journalism incarna quindi una responsabilità etica del giornalista, trasformando il racconto del conflitto in uno strumento di coscienza sociale e ricerca di soluzioni, in linea con la filosofia di Gandhi che vedeva la stampa come un mezzo per educare e servire la comunità, promuovendo la giustizia e l'equità.
La diffusione del Peace Journalism (PJ) non è avvenuta attraverso un unico "manifesto", ma tramite una serie di saggi, manuali e libri accademici e didattici.
Per una comprensione divulgativa e didattica, i testi di riferimento si dividono principalmente in:
Scritti diretti di Galtung: dove Galtung espone la teoria in modo più concettuale, ma spesso accessibile.
Manuali e testi pratici di Jake Lynch e Annabel McGoldrick: sono i co-sviluppatori del modello PJ e i loro testi sono i più orientati alla pratica giornalistica.
Testi Introduzione/Manualistica (in inglese): altri autori che hanno tradotto la teoria in principi operativi.
1. Scritti fondamentali di Johan Galtung (in italiano)
Per avere una visione del contesto teorico più ampio da cui deriva il PJ, si possono cercare i testi di Galtung sulla ricerca per la pace e la trasformazione dei conflitti:
"Pace con mezzi pacifici" (o "Peace by Peaceful Means"): Questo libro espone in modo esteso la teoria della pace e del conflitto di Galtung (incluse le sue triadi di violenza e di pace), che è il quadro concettuale su cui si basa il PJ.
"La trasformazione nonviolenta dei conflitti. Il metodo Transcend" (o "Transcend and Transform"): Questo volume è cruciale per comprendere come Galtung concepisce la risoluzione dei conflitti (la "terapia"), un processo che il Peace Journalism si prefigge di riflettere e sostenere attraverso la narrazione mediatica.
2. Manuali e testi chiave per la pratica (Jake Lynch e Annabel McGoldrick)
Se si cerca un'applicazione più didattica, il lavoro più influente a livello operativo è quello svolto dai discepoli di Galtung, Jake Lynch e Annabel McGoldrick.
"Reporting Conflict: new directions in Peace Journalism" (2010, con Galtung): Questo è uno dei testi chiave che prende il modello teorico di Galtung e lo traduce in principi e tecniche pratiche per i giornalisti. È un ottimo punto di partenza per comprendere le distinzioni operative tra War Journalism e Peace Journalism.
"Peace Journalism: principles and practices" (2005 - Spesso citato da solo o in edizioni successive): Un testo che delinea in modo chiaro e didattico i principi e le linee guida del PJ, con numerosi esempi pratici su come riformulare le notizie di conflitto.
Questi testi sono spesso considerati il manuale operativo del Peace Journalism, fornendo liste chiare (come la "lista di 17 punti") di cosa evitare e cosa includere nel reportage di pace.
3. Altri contributi didattici (Spesso in inglese)
Il concetto è ampiamente trattato in manuali universitari e introduzioni focalizzate sulla pratica:
"An introduction to Peace Journalism" / "Peace Journalism principles and practices" di Steven Youngblood: Testi molto diffusi a livello accademico e in workshop, che offrono una struttura chiara (spesso con esercizi e piani di lezione) per l'insegnamento del PJ in classe e sul campo.
Articoli e working papers di Galtung stesso: Il modello PJ è stato presentato originariamente in un working paper informale per un workshop (spesso citato come "Peace Journalism: What, Why, Who, How, When, Where" del 1998), che ha poi dato il via alla codificazione. Questi articoli brevi sono spesso reperibili online e forniscono la definizione più sintetica e diretta del concetto.
Il consiglio è di cercare le edizioni in italiano disponibili dei lavori di Galtung sul conflitto e dei manuali di Lynch/McGoldrick per un approccio didattico specifico.
Integrazione dell'8 ottobre 2025: l'eccezione dei Disarmisti esigenti?
Il fatto che i "Disarmisti esigenti" (un movimento che implica un impegno per la nonviolenza con capacità strategiche ma radicata nel valore del rispetto della vita universale) facciano esplicitamente un'analisi critica della attuale leadership palestinese, mentre molti altri gruppi nonviolenti preferiscono tacere su questo punto, può essere spiegato attraverso diversi fattori chiave legati alla loro definizione di nonviolenza, al loro approccio alla solidarietà e alla loro "esigenza" etica.
Ecco un'analisi del perché noi Disarmisti Esigenti potremmo costituire un'eccezione:
1. La definizione di "esigenza" e l'universalità etica del rispetto della vita e dei diritti umani.
Lo slogan è: prima le persone (i diritti umani), prima l'Umanità (il diritto alla pace), prima la Terra (il diritto a non vedersi violentata l'evoluzione naturale dallo sconvolgimento antropico degli ecosistemi).
Molti gruppi nonviolenti e di solidarietà lavorano spesso all'interno di una cornice di solidarietà selettiva o "politica di schieramento", dove l'obiettivo primario è sostenere la parte percepita come l'oppressa o la vittima, al fine di bilanciare un'asimmetria di potere. In questo contesto criticare una parte della leadership palestinese (come Hamas, che è un attore armato e autoritario, oltre che manipolato dall'esterno) è spesso visto come un atto che "gioca a favore" della parte più forte (il governo israeliano), minando la narrazione di resistenza del popolo palestinese. Molti gruppi scelgono di tacere sui crimini o le deviazioni etiche della parte percepita come debole per paura di indebolirne la causa.
- Noi rompiamo questa logica perché la nostra "esigenza" deriva dall'adesione a un principio etico universale: la nonviolenza, cui aggiungiamo l'aggettivo di "poietica" (= concreta e creativa). Per i Disarmisti esigenti, la nonviolenza non è solo una strategia, ma una pratica che deve rimanere ancorata all'etica e alla morale. Ciò implica che i principi etici (come il rifiuto della violenza di genere, del terrorismo e dell'autoritarismo patriarcale) devono essere applicati a tutte le parti in conflitto, indipendentemente dal loro status di oppressori o oppressi. Per noi, la violenza e la tirannia rimangono tali, sia che provengano da una potenza occupante sia da un gruppo di resistenza (spesso di sedicente resistenza).
2. Focus sulla qualità della leadership e dei mezzi
La maggior parte dei movimenti si concentra sugli obiettivi (ad esempio, l'indipendenza palestinese o la fine dell'occupazione). I Disarmisti Esigenti, invece, pongono un'attenzione critica anche sui mezzi e sulla qualità etica della leadership.
Noi riconosciamo che i mezzi violenti utilizzati da un gruppo (come le atrocità documentate contro i civili o lo stupro come arma di guerra) non solo sono immorali, ma sono anche intrinsecamente contrari all'obiettivo di costruire una futura società di pace e giustizia.
La nostra critica sottolinea che l'uso di tattiche violente e l'imposizione di un modello patriarcale e repressivo da parte di Hamas li colloca, in termini di etica politica e rispetto dei diritti umani universali, a un livello morale basso, uguale e forse anche inferiore a quello degli avversari che pretendono di combattere. Questo è un punto di vista scomodo che costringe a una valutazione etica comparata delle leadership, un passo che molti gruppi evitano.
3- Nonviolenza come strumento di liberazione interna
La nonviolenza "esigente" ("poietica") implica anche l'idea che la vera liberazione di un popolo deve essere accompagnata da una liberazione interna e da un'adesione ai valori democratici e ai diritti umani.
Riconoscendo e denunciando il patriarcato e la violenza contro le donne (inclusa la violenza di genere usata da Hamas), i Disarmisti esigenti affermano che un futuro Stato palestinese (o qualsiasi altra società che nasca da una pretesa lotta di liberazione) costruito su principi antidemocratici e sul controllo repressivo delle donne non può essere considerato veramente "libero". La lotta per i diritti delle donne diventa parte integrante della lotta nonviolenta per la giustizia politica.
In conclusione, potremmo essere un'eccezione perché il nostro raggruppamento (al momento ultra-minoritario) non adotta la logica politica della solidarietà selettiva, ma si attiene rigorosamente a una "esigenza" etica universale. Il nostro principio guida è che l'etica della nonviolenza deve essere applicata con coerenza - ed intelligenza - a tutti gli attori, anche a costo di criticare la parte percepita come vittima, quando questa tradisce i principi fondamentali di giustizia e umanità. Questa coerenza etica - riteniamo non dogmatica - è ciò che ci distingue dalla maggior parte dei gruppi che potrebbero temere le ripercussioni politiche di una tale critica.
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La coerenza etica del Gandhismo e i Disarmisti esigenti: un parallelo per una politica connessa all'etica
La nonviolenza gandhiana (Satyagraha) non era semplicemente una tattica per resistere all'Impero Britannico, ma una dottrina etica e spirituale che esigeva la "purificazione" del movimento di liberazione. Il nostro approccio, che critica le carenze etiche e politiche (come il patriarcato e l'uso della violenza sui civili) di un gruppo che si presenta come resistenza, è la diretta applicazione di questa "esigenza morale" in un contesto moderno.
Esistono tre pilastri fondamentali che dimostrano questa concordanza:
1. La condizione di "dignità" morale (Svadharma)
Gandhi sosteneva che gli indiani potevano rivendicare il diritto alla libertà solo se dimostravano di essere moralmente degni di tale libertà. Questa dignità non poteva coesistere con l'oppressione interna.
La critica di Gandhi alla condizione degli "Intoccabili" era radicale. Egli sosteneva: "È una macchia di cui dobbiamo liberarci se vogliamo mostrare al mondo che non siamo barbari, ma una nazione che merita di essere libera." La sua logica era che una società che tollera la tirannia e l'oppressione dei suoi membri più vulnerabili (gli Harijan, i figli di Dio, come li chiamava) non ha l'autorità morale di lamentarsi dell'oppressione esterna.
La critica dei Disarmisti Esigenti al patriarcato e alla violenza di genere all'interno della leadership palestinese segue esattamente questa logica. Noi sosteniamo esplicitamente che un movimento di resistenza guidato da principi patriarcali e che utilizza la violenza di genere come arma non è moralmente degno di costruire una società giusta. Per Gandhi, come per noi, la lotta per la libertà è indissolubilmente legata alla lotta contro l'ingiustizia e l'oppressione interna.
2- L'inclusione e la tolleranza come rifiuto della violenza settaria (Ahimsa)
La tolleranza religiosa (in particolare l'unità indù-musulmana) era un requisito di nonviolenza. Gandhi vedeva il conflitto settario come una forma di violenza interna, un'incapacità di vedere la verità e l'umanità nell'altro.
Chiedere la tolleranza religiosa significava esigere l'inclusione universale e il rifiuto dell'odio come strumento politico. Se la lotta per la libertà doveva avere successo, doveva essere una lotta per tutti, non solo per un gruppo.
La nostra critica alla violenza e al patriarcato è un appello all'universalità. La nostra "esigenza" è che la lotta palestinese deve aderire ai diritti umani universali, che trascendono le differenze etniche o religiose. Rifiutando la violenza come strumento di resistenza, si rifiuta la logica dell'odio e dell'esclusione. Il gruppo che viola questi principi, che opprime le proprie donne o usa la tortura, fallisce nel test di Ahimsa non solo verso il nemico, ma verso sé stesso.
3. La Legge dell'omogeneità dei mezzi e dei fini
Questo è forse il punto di maggiore concordanza. Gandhi insisteva sul fatto che i mezzi sono i fini in divenire. Non si può piantare un seme di violenza e sperare di raccogliere il frutto della pace.
Se un movimento di liberazione utilizza mezzi violenti (terrorismo, stupro, repressione interna), il risultato finale non sarà mai una società pacifica e democratica, ma una società che perpetua la violenza e l'autoritarismo, semplicemente con nuovi padroni.
Noi riconosciamo, in buona sostanza, che i leader che si pongono a un livello etico e politico uguale o inferiore rispetto ai loro avversari (ad esempio, usando la violenza sistematica contro i civili o opprimendo le donne) hanno già fallito, indipendentemente dall'esito politico del conflitto. La coerenza morale dei mezzi è l'unica garanzia di un fine giusto. Questa è la ragione profonda della nostra pretesa di rappresentare una "eccezione": mentre altri gruppi si focalizzano sul chi ha ragione nel conflitto politico, noi ci concentriamo sul come si combatte, esigendo che i metodi della resistenza siano moralmente superiori a quelli dell'oppressore.
Se i ragionamenti sopra esposti hanno plausibilità, acquisisce senso parlare di "rifondazione nonviolenta" perché l'opportunismo più o meno consapevole evidenziato sulla questione Hamas evidenzia il carattere molto debole e limitato della pratica nonviolenta dei gruppi italiani che si proclamano tali per "diritti storici".
Come insegnava Mahatma Gandhi, la relazione tra la condotta e l'obiettivo è inseparabile e causale:
"Il mezzo è come il seme, il fine come l'albero."
Lo crediamo davvero?